
Convegno dell'Università IULM, 23 e 24 maggio 2025
Il convegno è il risultato di un progetto collaborativo tra l’Università IULM, UNITO e il Centro Universitario Bolognese di Etnosemiotica (CUBE). Riunisce studiosi di diversi ambiti, dall'antropologia alla filosofia, dalla sociologia alle discipline della comunicazione, per le quali l'etnosemiotica costituisce un linguaggio comune e un campo di indagine. L'estensione di questo nuovo sguardo non sorprendono: come scrive Francesco Marsciani, l'ambizione dell'etnosemiotica è descrivere le condizioni significanti della vita in comune, che caratterizzano l'esperienza del mondo vissuto.
Questa pubblicazione ha ricevuto il contributo del Dipartimento di Comunicazione, arti e media "Giampaolo Fabris" dell'Università IULM.
23 maggio, Apertura dei lavori, 00:00 | PERMALINK
Mauro Ferraresi IULM
Francesco Galofaro IULM
Francesco Marsciani UNIBO
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Una serata al club: l'atmosfera di un bar di jazz
23 maggio, Osservazione ed esperienza quotidiana, 12:00 | PERMALINK
Juan Alonso Aldama Université Paris Cité/PHILéPOL
Durante i suoi concerti, in trio o da solista, l’atteggiamento rigido del pianista Keith Jarrett, che richiedeva assoluto silenzio in sala, sconvolgeva sempre il pubblico abituato ai jazz club, dove l’atmosfera è sempre caratterizzata da un ascolto concentrato, ma allo stesso tempo leggero, meno rigoroso e meno impegnativo. E' questa 'piccola mitologia' del jazz club, un misto di serietà e divertimento e di una certa sacralità e di spensieratezza insieme, che vorrei raccontare in questa comunicazione, basandomi su una breve osservazione, per cogliere le condizioni spaziali, estesiche e attanziali (oggetti e soggetti insieme) che permettono la genesi di questo piccolo 'momento di grazia'.
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Semiotica, pub e altri piaceri
23 maggio, Osservazione ed esperienza quotidiana, 46:00 | PERMALINK
Paolo Sorrentino IULM
Semiotica, pub e altri piaceri è un piccolo diario di viaggio scritto fra le strade di Dublino.
Raccoglie osservazioni sulle cose della citta? e dell’isola: il fondo nero del fiume Liffey, che tutto riflette in superfice; gli oscuri nomi della capitale, il gaelico, l’irlandese, l’inglese; il parco di St Stephen’s Green, i memoriali dei Troubles, i personaggi di strada; la letteratura, il cinema; l’Indipendenza, i British; e tanto altro. E immancabilmente i pub. La musica, la tradizione, l’improvvisazione, la danza (le TradSession). E quindi la birra, la Guinness, la Beamish... Incontri e scontri nella intensa socialita?. Come sorge il senso nella danza di ritmi sensibili? Forse un po’ come la stout: una forma di fermentazione imprevista.
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Spazi di traduzioni tra mare e terra. A partire da un'esperienza di lavoro sul campo nelle isole Surin con il popolo Moken
23 maggio, Confini, 1:35:30 | PERMALINK
Federico Montanari UNIMORE
Questo intervento vuole presentare i risultati preliminari di una ricerca condotta presso le Isole Surin, nel Mar delle Andamane, in Thailandia, svolta nel febbraio marzo 2024 (all’interno di un più ampio progetto di ricerca), nel contesto di un parco naturale e nazionale, che ospita anche un villaggio di popolazione Moken (i cosiddetti “nomadi del mare”) e focalizzata su questa comunità.
L’obiettivo è osservare la percezione e le emozioni legate agli spazi marini e terrestri, esaminando elementi materiali come abitazioni, imbarcazioni e rifiuti nel villaggio studiato. Inoltre, abbiamo cercato di esplorare le dinamiche introdotte dal turismo controllato nel parco naturale, valutando le rappresentazioni e le contraddizioni emergenti in un ambiente tradizionalmente abitato dai Moken, ora soggetto a politiche di conservazione statali. E infine cercheremo di mostrare e di discutere le metodologie utilizzate fra etnografia ed etno- e sociosemiotica.
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Frontiere semiotiche del lutto: analisi di una casa funeraria San Siro
23 maggio, Confini, 2:14:30 | PERMALINK
Giustina Baron UNIMORE - University of Tartu
“Quando, da giovane, mi chiedevano: che cosa ti piace, di più, veramente, nella vita?”
“A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “la fessa!”, io solo rispondevo: l’odore delle case dei vecchi” (Jep Gambardella).
Attraverso la presentazione di una serie di riflessioni teoriche e di ricerca empirica, questo contributo intende mostrare alcuni percorsi possibili nello studio delle case funerarie, che cercano di conciliare la sacralità della morte con esigenze estetiche contemporanee. Il caso qui proposto offre l’opportunità di delineare alcuni nodi concettuali chiave riguardanti la relazione tra sacralità e lusso, indagando come questa influenzi le scelte di arredamento e il design degli spazi, e come tale relazione possa riflettere e rispondere a complesse questioni sociali, religiose e culturali.
Ancora oggi si è ben lontani dalla definizione di una tipologia di design precisa, ma si è sempre più consapevoli che l’attenzione progettuale debba focalizzarsi su alcune strategie svincolate da implicazioni di natura religiosa e capaci di sottolineare l’aspetto universale del saluto.
La casa funeraria si configura dunque come un dispositivo spaziale complesso, che a partire dalle sue caratteristiche multimodali (articolazione dello spazio, impianto luministico, aspetti sonori e olfattivi, scelte decorative e di arredamento) disegna alcuni programmi narrativi di esperienza, di relazione con gli oggetti, di relazione con altri soggetti, e di relazione con l’al-di-là. Del resto, i valori investiti nello spazio sono costantemente rinegoziati dai soggetti che vi entrano in contatto, non solo in base a dinamiche di ordine pratico, ma anche in funzione di uno scenario fenomenologico che è già prefigurato nella sua “morfologia”.
In questa cornice, il “lusso” diventa un mezzo per onorare il defunto, elevando l’esperienza del lutto ad una dimensione più solenne e ricercata. La “nota barocca” (divani Chesterfield, specchiere con riccioli dorati) aggiunge una dimensione di profondità storica, richiamando uno stile sontuoso reinterpretato in chiave moderna. Il risultato è la creazione di uno spazio sospeso, una sorta di non luogo della vita di quel particolare defunto, in cui l’individualità della morte può essere accolta in una “casa” dal carattere universale e personale. In questa prospettiva, vi è una sorta di partecipazione totale, per quanto momentanea, al trascendente, ad una globalità che sorpassa i singoli.
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Per un'etnosemiotica dei Media?
23 maggio, Semiotica e media, 3:03:00 | PERMALINK
Nicolò VILLANI CUBE
Di fronte ad un campo di studi sempre più frammentato come si dimostra quello dei Media Studies, le metodologie di stampo strutturale sembrano trovare difficilmente posto nell’analisi dei problemi di ordine produttivo, distributivo e fruitivo, faticando ad affermare un’attualità disciplinare che non sia asservita a ontologie regionali limitate o che non si traduca in analisi occasionali.
In questo intervento si vuole mostrare in quali termini l’Etnosemiotica possa trovare un proprio spazio d’azione nell’affrontare lo studio dell’ecosistema dei media, ponendosi come “sguardo sulla soglia” capace di coniugare problemi teorici con questioni di natura materiale, nonché di riportare alla dimensione testuale fenomeni difficilmente afferrabili nella loro volatilità con approcci di stampo differente.
Per far ciò si vuole porre l’accento su cosa significhi parlare di “Etnosemiotica dei Media” e se sia una formulazione corretta. L’idea è mostrare l’approccio etnosemiotico come attivabile dagli ambiti disciplinari che ne necessitano le potenzialità descrittive e analitiche: in questo l’ambito dei Media Studies diventa un caso particolarmente efficace perché interroga anche le problematiche della soggettività, la cui individuazione nei processi di significazione é uno dei principali ambiti d’indagine dell’Etnosemiotica.
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Etnosemiotica e totemismo digitale
23 maggio, Semiotica e media, 03:20:45 | PERMALINK
Angelo DI CATERINO Univ. E.Campus - UNITO
Nel mondo contemporaneo gli ambiti digitali, determinati i nostri vissuti di significazione, costituiscono senza dubbio nuovi terreni da osservare etnograficamente. In questa direzione di ricerca, la proposta è quindi quella di recuperare il concetto di totemismo levistraussiano per evidenziare come le community online funzionino in quanto vere e proprie tribù digitali che, stringendosi attorno ad un sapere totemico condiviso, elaborano una visione del mondo condivisa: un “mondo naturale”.
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L'etnosemiotica per il wayfinding design
23 maggio, Etnosemiotica: applicazioni (I), 04:12:45 | PERMALINK
Daniele D'Avanzo POLIMI
Questa ricerca esplora il contributo che l’etnosemiotica può portare alla progettazione dei sistemi di wayfinding, con particolare attenzione al contesto degli spazi pubblici urbani. In questa prospettiva, la ricerca prende avvio dalla considerazione che i designer, e in particolare i designer della comunicazione, nell’approccio a un progetto di segnaletica, hanno la necessità di comprendere lo spazio non solo in termini strutturali, ma anche in relazione alla pluralità di soggetti che lo abita e lo configura. Per affrontare questa complessità, emerge la necessità per i wayfinding designer di dotarsi di strumenti metodologici nuovi per l’ambito del design che possano essere di supporto nella fase progettuale. L’etnosemiotica si propone come una possibile risorsa in questo contesto.
A partire dallo studio della metodologia di progettazione dei sistemi di wayfinding negli spazi pubblici urbani contemporanei, la ricerca propone quindi un’implementazione metodologica che integri l’etnosemiotica, indagandone il contributo che questa può fornire durante la fase di progettazione. L’obiettivo della ricerca è dunque esplorare le modalità attraverso cui l’etnosemiotica può supportare il wayfinding designer, in particolare nella fase di comprensione e interpretazione del luogo. Ciò avviene tramite un’indagine teorica prima e una successiva applicazione pratica a un caso di studio concreto: il quartiere Ostiense a Roma.
La ricerca si propone quindi, in un’ottica interdisciplinare, non solo di fornire nuovi strumenti metodologici ai wayfinding designer ma anche di estendere il campo d’indagine dell’etnosemiotica a un’attivitaà progettuale quale quella del design applicato allo spazio pubblico urbano.
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Cherchez l’erreur. Esercizi di etnosemiotica attorno alle stazioni ferroviarie
23 maggio, Etnosemiotica: applicazioni (I), 04:52:10 | PERMALINK
Maria Cristina Addis IUAV
Il nostro contributo propone gli esiti di una ricerca di osservazione etnosemiotica sulle stazioni ferroviarie, concentrata in particolare sulle stazioni di Bolzano, di Siena e di Venezia S.L. Si tratta di stazioni sufficientemente longeve da conservare, nel loro poliglottismo (Lotman 2022), le trasformazioni sociali, culturali e politico-economiche viste dalle società occidentali contemporanee durante i più di cento anni dall’inaugurazione o riqualifica, tutte a firma (nell’ultimo caso parziale) di Angiolo Mazzoni (1924 - 1979), architetto eclettico, ingegnere ferroviario di massimo rilievo e fervente sostenitore del regime fascista. In linea con le proposte di riflessione dischiuse dalla giornata di studi, l’intervento dedica ampio spazio all’esplicitazione dei modi di costruzione dell’oggetto di studio, conversione di un oggetto o fenomeno del mondo in testo (Marsciani 2007, 2020).
Il titolo, Cherchez l’erreur, si riferisce infatti a un insieme di tattiche di accesso all’oggetto funzionali a metterne in luce la densità e stratificazione semiotica.
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Etnosemiografia: questioni aperte sul dialogo tra osservazione etnosemiotica ed etnografia
23 maggio, Etnosemiotica: applicazioni (I), 05:27:12 | PERMALINK
Gaspare Caliri CUBE
In che modo l’osservazione etnosemiotica può dialogare con altre discipline di campo? In che modo questo dialogo può diventare strumento maieutico e avere spendibilità per le discipline del progetto? Una breve panoramica professionale a supporto di due o tre considerazioni in proposito.
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Etnosemiotica come alternativa critica: pratiche di ricerca tra esperienza e scrittura
23 maggio, Etnosemiotica: applicazioni (I), 06:01:08 | PERMALINK
Federico Bellentani UNITO
In un contesto in cui i metodi di ricerca sociale tendono sempre più a standardizzare l’indagine umanistica e sociologica, l’etnosemiotica si propone come un’alternativa efficace e critica. Attraverso il racconto di un’esperienza di fieldwork condotta tra il 2015 e il 2016, con successivi ritorni sul campo fino al 2021, verranno messi in luce i principali snodi epistemologici e metodologici che caratterizzano l’approccio etnosemiotico. In particolare, si rifletterà sul posizionamento del ricercatore, sul processo di costruzione, analisi e interpretazione dei dati, e infine sulle modalità di scrittura dei risultati.
L’intervento intende mostrare come l’etnosemiotica, ancorata all’esperienza situata e alle pratiche del senso, offra strumenti preziosi per ripensare il rapporto tra osservazione, teoria e restituzione, contro le derive omologanti delle metriche e delle griglie predefinite.
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Oltre l’etnosemiotica? La semiotica come metodologia descrittivo-analitica
24 maggio, Cosa significa osservare?, 00:00 | PERMALINK
Alvise Mattozzi POLITO
Nel momento in cui si riconosce “che la semiotica è un metodo, un metodo certamente ben fondato su una teoria e su un’epistemologia, ma essenzialmente un metodo che si può applicare ad un campo empirico” (Marsciani 2020) e, dunque, che essa non è una tra le discipline delle scienze umane e sociali, come possono esserlo, la sociologia, la antropologia, la psicologia, la linguistica, la geografia, con un proprio specifico oggetto di studio, il prefisso “etno-”, non segnala più l’incontro di due discipline, ma il declinarsi della semiotica in ciò che è potenzialmente stata all’interno della tradizione saussuriana e, quindi, strutturalista: una metodologia, cioè un discorso sul metodo, più che solo un metodo o un sistema di metodi.
Attraverso alcuni esempi presi da casi empirici oggetto di mie ricerche e da studi che si inscrivono nell’ambito della etnosemiotica, questo intervento intende mostrare in che modo la semiotica – la semiotica tout-court, non l’etnosemiotica – opera (o dovrebbe operare) come una “metodologia descrittivo-analitica”, una metodologia che, cioè, riflette su come “dispiegare i processi di strutturazione” (Marsciani 2020) ed elabora metodi per farlo, che mette poi alla prova, per offrirli alle scienze umane e sociali.
Attraverso gli esempi e la riflessione che ne seguià verranno riprese le quattro questioni poste dal temario e dalla “bozza di [...] manifesto” proposta da Marsciani (2020) – descrizione vs strutturazione, osservazione vs pertinentizzazione, alterità vs esternità, costruttivismo immanente – e, in particolare, la seconda e la terza – osservazione vs pertinentizzazione, alterità vs esternità.
Questo percorso permetterà di discutere come la semiotica in quanto metodologia descrittivo-analitica per le scienze umane e sociali possa effettivamente operare in quanto tale, tenuto conto dell’attuale panorama delle scienze umane e sociali – o comunque di una tentativa bozza di questo panorama.
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“Situati”. Punti e prospettive sulla scena
24 maggio, Cosa significa osservare?, 32:24 | PERMALINK
Giuditta Bassano LUMSA
Aspettare in fila, in aeroporto, a un chiosco, fuori da un ristorante, in macchina, è un’esperienza almeno tanto banale quanto densa.
Nell’osservazione di questo genere di situazioni, in modo più lapalissiano e più economico, forse, che davanti ad altri oggetti, tutto cambia a seconda del punto di vista, esterno o interno, preso in carica dalla posizione dell’osservatore. Ma in questo senso, hanno ragione le note fenomenologiche di Ingold e Strathern – non è forse sempre vero che lo sguardo si trama con l’oggetto che costruisce? Essere “dentro” una fila – cioè farne parte, aspettare insieme agli altri, reggere il peso del proprio corpo, annoiarsi, puntellarsi, svagarsi eccetera– significa attraversare un’esperienza in cui la coscienza oscilla continuamente tra attenzione e automatismo. Si dimentica, spesso, di essere osservatori; si è presi. Eppure, anche in questa immersione, si può aprire uno sguardo che è interno ma capace di riflessività. Essere “fuori”, invece, sembrerebbe poter equivalere prima di tutto a una certa distanza. Ma non è mai del tutto così. Anche chi osserva “da fuori” ha atteso altrove, e inoltre riconosce posture, ritrova gemiti e sguardi; senza difficoltà si immagina dentro. Il punto è ovviamente che dentro e fuori non sono due posizioni fisse, ma piuttosto i due poli estremi di una scala - (continua?) - di possibilità prospettiche.
In modo più o meno consapevole, appare possibile spostare la prospettiva da alcune posizioni ad altre, ri-costruire discontinuità e modellizzare soglie (cfr. il lavoro di Fontanille con l’idea di un attante osservatore). Questo è il primo aspetto su cui vorremmo tornare.
Il secondo si collega al fatto che una prospettiva etnosemiotica si interroga già anche sul modo in cui la posizione dell’osservatore trasforma il fenomeno osservato: ovvero su quali elementi diventano pertinenti, su quale senso prenda forma, su quale tipo di testo emerga, nelle varie forme delle corrispondenza tra partecipanti della scena di senso.
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Oltre l’arte dell’interpretazione: il semiologo come scienziato sociale
24 maggio, Cosa significa osservare?, 01:02:17 | PERMALINK
Antonio Santangelo UNITO
Nel loro libro sull'analisi della televisione, Casetti e Di Chio (1997) sostengono che il principale criterio di validità di una analisi semiotica di un programma tv è la sua eleganza, intesa come una forma di coerenza interna dei suoi contenuti. L'idea è che le altre discipline, come la sociologia, l'antropologia o la psicologia, quando studiano un testo del genere, sono in grado di produrre risultati di rilevanza socio-culturale, mentre la semiotica, al limite, può dare origine a un altro testo il cui significato si trova, in sostanza, al suo interno, garantito appunto dalla sua buona strutturazione. In realtà, la semiotica del testo è un ambito di indagine in cui ci si è posti ampiamente il problema della validità esterna delle proprie considerazioni, vale a dire della significatività sociale e culturale delle proprie scoperte. In particolare, intendo parlare di ciò che si è scritto al proposito dei metodi sociosemiotici per l'analisi del testo e intendo farlo a partire da quella che ho condotto sul film "La vita di Adéle" di Kechiche del 2013 (Santangelo, 2017). Ciò che intendo dimostrare è che, al contrario di ciò che qualcuno ritiene, quella del semiologo non è una forma d'arte (elegante) per interpretare i propri oggetti d'indagine, ma un modo di procedere scientifico che dialoga con quello della altre scienze sociali.
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Invisibili. Una window exhibition sui carcerati
24 maggio, Cosa significa osservare?, 01:55:55 | PERMALINK
Jenny Ponzo UNITO e Francesco Galofaro IULM
L’intervento riporta alcune considerazioni preliminari e note di campo su una window exhibition: Oltre il muro, dell’artista Yan Pei-Ming. Si tratta di una mostra-vetrina, visibile al numero 5 di via della Conciliazione. L’esposizione, allestita nell’ambito delle iniziative del Giubileo della speranza, presenta ritratti di persone che vivono e lavorano nel carcere di Regina Coeli. L’interesse etnosemiotico è duplice: da un lato, lo spazio in cui l’osservatore incontra gli sguardi dei ritratti, visibile dalla vetrina ma inaccessibile, replica le condizioni fenomenologiche della visita in carcere. Dall’altro, la vetrina risulta praticamente invisibile ai passanti che si muovono sul marciapiede in direzione ortogonale al punto di fruizione previsto.
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24 maggio, Cosa significa osservare?, 02:52:40 | PERMALINK
Francesco Marsciani UNIBO
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