gennaio 8th, 2010 by Giampaolo Proni
Taccio nome dell’autore e titolo e persino argomento: ci conosciamo tutti e si rischiano amicizie, carriere ecc.
Ma mi sembra giusto raccontarlo. Mi chiede un appuntamento la figlia di un amico che frequenta un Corso di Laurea in cui vi è un insegnamento di semiotica. Ha difficoltà e chiede qualche consiglio. Mi è già capitato, lo faccio volentieri. Non influisco su alcun risultato, non dò lezioni, solo qualche professorale suggerimento. Mi sottopone i libri da portare all’esame. Assommano a circa 1.000 pagine. So che questo è già un indizio, ma è significativo, non posso trascurarlo.
Scorro gli indici e leggo qua e là, alla fine conversiamo per oltre 90 minuti, i più li passo leggendo e cercando di spiegare il significato del testo. A volte faccio fatica, devo rileggere, ridire, riformulare. Lo stile è involuto, alterna metafore a termini semiotici molto specifici. Spesso l’autore fa riferimento a posizioni di altri, criticandole e proponendo soluzioni alternative, ma non vi sono citazioni né nomi; nebulosamente scorgo il profilo di alcune teorie. Spesso le revisioni -proposte dopo pagine di sottili distinzioni- deviano così impercettibilmente dalla dottrina criticata da apparire quasi indistiguibili, se non per una farraginosa ri-enunciazione in un idioletto difficoltoso e incostante ad un tempo. Testi forse interessanti, ma molto difficili, oscuri, pieni di concetti semplici, a volte banali, espressi in modo barocco e involuto. Del tutto inadatti a un uso didattico. Francamente, assegnati a uno studente nel 2010, semplicemente crudeli.
Ricordo, negli anni ‘70, quando -come molti di noi- mi innamorai della semiotica di Umberto Eco, l’entusiasmo con il quale si salutava un nuovo modo di scrivere, uno stile aperto, semplice, rispettoso del lettore, alcuni dicevano (osando) ‘americano’… Una saggistica brillante, colta, illuministica, in cui bibliografie esaurienti e internazionali, un apparato di note robusto, una suddivisione razionale e chiara in paragrafi e sottoparagrafi, sorreggevano una indagine condotta sempre con tensione e arguzia, ampiezza di visione culturale e fervore nel costruire una nuova disciplina. Ogni nuovo libro di Eco era un piacere, per noi giovani appassionati dei segni, e mai si sentiva dire che non si potesse capire o che fosse oscuro o che esuberasse dai limiti di buon senso in quantità o modo.
Certamente, Umberto resta un maestro nella scrittura saggistica italiana, non si pretende di superarlo.
Ma cosa potevo dire alla simpatica matricola? Pensare alle mille pagine di acqua -se non calda- tiepida, che si doveva sorbire mi ha riempito di tristezza. Per la prima volta, di fronte a un esame della mia disciplina, che ho praticato per circa 35 anni, non ho potuto che dirle “Porti pazienza, legga, veda se può capire, come vede, anch’io faccio fatica. Certamente i suoi colleghi non potranno superare di molto la comprensione che ne ha avuto lei. Vedrà che l’esame in qualche modo lo passerà.”
Desolante. Ovviamente non generalizzo. Ci sono autori italiani che riescono a produrre testi di semiotica chiari, se non appassionanti almeno capaci di portare a una conclusione, e a volte persino utili. Francamente, di rado memorabili, ma questo non lo si può pretendere. Tuttavia, credo che questa disciplina volga pacatamente e debolmente verso l’estinzione. Verrà in qualche modo -probabilmente- smembrata tra sociologia, linguistica, filosofia del linguaggio e logica, magari antropologia e ovviamente marketing. E’ il marketing oggi il mare magnum in cui le scienze umane vanno ad immettersi. Ma di questo, magari, in un altro momento.
gennaio 6th, 2010 by Salvatore Zingale
Il post di Giampaolo da Berlino mi riporta indietro di un paio di decenni, quando a Berlino, nel 1984, gli amici mi portarono al KaDeWe – oltre che alla Philarmonie, al Mauer, alla Neue Nationalgalerie di Mies, eccetera.
KaDeWe sta per “Kaufhaus des Wenstens”: “Grandi magazzini dell’Ovest”. Appena messo dentro il primo piede mi sembrò il paese della cuccagna. Niente a che vedere con le pur grandi “Kaufhäuser” che conoscevo a Francoforte e in altre città. Dentro c’era di tutto. Un lusso. Intere boutiques d’alta moda. Ristoranti. Forse anche una pizzeria. Vendite di pesce fresco come fossimo sul mediterraneo. Macellerie e panetterie. Sette piani, otto piani. Eccetera. Ma più che l’immagine di questa interminabile moltitudine di merci, ricordo una cosa piccola. Un barattolo che qualcuno mi fece notare sullo scaffale delle carni inscatolate. Rotondo. Giallo. O rosso? arancio? Non importa. Importa ciò che cosa c’era scritto su: Löwenfleich. Carne di leone.
In epoca post-coloniale e pre-globalizzata, sarebbe stato un bel souvenir. Ne volevo comprare due confezioni, una da esibire l’altra da custodire. Ma le mie deboli tasche mi dissero di no, costava troppo. Neanche una. Quanti marchi? Non ricordo. Negli occhi mi rimane solo il muso di un leone dentro un cerchio. Più o meno come quello della Metro Goldwyn Mayer.
gennaio 6th, 2010 by Ruggero Ragonese
Tutti dizionari etimologici, purtroppo, concordano nel dare al termine ringhiera una derivazione univoca e perfino il Battaglia, ultima risorsa ed extrema ratiodell’ermeneuta lessicale ci tradisce e si accoda: ringhiera viene da arengo (stessa radice di arringa) mutazione, pare, del termine gotico *Hari-Hring che significa spiazzo circoscritto. Quindi la ringhiera viene da lì, da un piccolo ovale chiuso dove qualcuno parlava agli astanti. Certo, gli studiosi della lingua ci concedono un rapido accenno alla comune assonanza con l’arena latina, ma è ben poca cosa per chi era in cerca di svolazzi linguistici: l’elemosina al mendicante.

Una ringhiera a Milano.
A noi l’etimologia pareva chiara, bella e lampante: ringhiera da ringhiare. Una ringhiera che ringhia è già di per sé un’immagine bellissima, a metà fra la poesia e la settimana enigmistica, ma se si va a vedere il significato esatto di ringhiare (dal latino ringi) c’è molto di più: ringhiare è l’atto di “mostrare i denti con rabbia”. La ringhiera quindi ringhia e, in effetti, tutti i ballatoi dei cortili milanesi sembrano coperti da questi denti dritti, fatti di ferro arrugginito, che mostrano con rabbia le loro gengive a balaustra. La ringhiera ringhia, mostra i denti e difende il suo territorio. Ringhiare e ringhiera ci sembrano fatti per stare insieme e per rimandarsi l’un l’altro, ma a volte la scienza filologica spegne le più belle unioni.
La tentazione è di chiuderla qua: in una rivista che si occupa di immaginario la nostra figura l’abbiamo fatta; abbiamo evocato qualche oggetto mitico-poetico (i denti, le sbarre di ferro), proposto congiungimenti inesplorati: possiamo andare a casa. Qualche parola, però, da spendere c’è ancora.
Seguendo la sua etimologia certa, quella proposta dai dizionari, la ringhiera, prima, è uno spazio chiuso da frammezzo (l’arengo), poi, è il frammezzo stesso, suddiviso in colonnine o ‘poggioli’. Il nuovo uso è attestato nell’Architettura Civile (II, 26) di Serlio: “Li poggioli altri li dicono pergoli, altri renghiere”. Si trattava, quindi, di un insieme di poggioli che, presumibilmente, dovevano essere in marmo o in pietra e che sostenevano le balaustre nei balconi. Quindi, la ringhiera è, all’origine, un elemento architettonico nobile e tale appare ancora a Milano in certi vecchi edifici che nei secoli hanno perso i bei “poggioli” in marmo per sostituirli con le più comuni colonnine di ferro. In via Vigevano, una abitazione signorile del Quattrocento mette in bella mostra sul prospetto principale le assi di ferro che chiudono, a balcone, gli ampi loggiati.
Ben presto, la necessità di preservare gli spazi pubblici dalle intemperanze di avventori e spettatori non permette di guardare per il sottile e le ringhiere perdono i loro ‘poggioli’ serliani e diventano frammezzi per riparare o limitare palchi, palcoscenici e arene. Doveva essere una definizione già chiara nel Settecento se Passeroni, poeta milanese, ci lascia queste rime:
Vi furon più di diece
Tal fu il rider che si fece
Che le logge e la ringhiera
Innaffiaron di maniera
Che il teatro la mattina
Tutto sapea d’orina
Certo, però, la ringhiera diventa elemento del paesaggio urbano e assume le forme che oggi le riconosciamo solo nell’Ottocento con la grande trasformazione cittadina. Milano diviene città industriale e aggrega pian piano i “Corpi Santi” cioè i territori fuori porta che stringevano il vecchio centro storico. L’espansione, iniziata intorno al 1850 e ufficializzata dal piano regolatore del 1873, crea i nuovi caseggiati: edifici quadrati con un cortile al centro. Come ci ricorda Cherubini, autore, proprio in quel periodo, di un dizionario Milanese-Italiano, le ringhiere si trovano “fuori dalle facciate esterne di un edificio o interne con isponde dattorno” e servono “per passare per di fuori da una ad altra abitazione, o per girare attorno all’edifizio”.
La ringhiera permette di guadagnare spazio, elimina il problema dello scalone interno e dei pianerottoli. Più spazio più case popolari. Fuori Porta Ticinese, in via Paolo Sarpi, ai Navigli, le abitazioni si affollano e si comprimono tanto da utilizzare ponti (provvisti ovviamente di ringhiere) per collegare un ballatoio all’altro. Queste piccole lingue in muratura e ferro ci danno ancora la misura di una città che stava diventando, alla fine del secolo XIX, aerea, cercando spazi verso l’alto, e che così facendo si accodava (unica, allora, in Italia) alle costruzioni edilizie delle grandi capitali europee, Parigi e Roma su tutte. In corso S. Gottardo si possono vedere ancora queste ringhiere sospese nel vuoto; in corso di Porta Ticinese le ristrettezze urbanistiche impedivano, a volte, la creazioni di cortili e su delle vie strettissime si confrontavano a destra e a sinistra file di ballatoi.
L’espansione urbanistica, che attraverso la ringhiera aveva avuto modo di avvicinarsi ai celebri modelli d’oltralpe, creando nuovi quartieri per il nuovo proletariato, riusciva, grazie allo stesso elemento architettonico, a sfuggire alle immagini della miseria e della disperazione cui rimandavano le descrizioni di Parigi e di Londra lasciate da Sue e Dickens. Non che a Milano il proletariato se la spassasse, tutt’altro, ma la ringhiera gli garantiva l’ora d’aria. Sempre ricorrendo al dizionario di Cherubini, si può intuire come questa servisse “per dar luogo agli abitanti di ricrearsi all’aria aperta o goder la veduta della strada.”Si costruiva così un ‘cortile per ogni piano’, un cortile stretto e limitato, ma pur sempre uno spazio dove poter piazzare una sedia (anche solo per pochi minuti) e vedere l’esterno, osservare qualcun altro, incrociare uno sguardo o un saluto. L’interazione era (ed è) obbligatoria in una casa di ringhiera, e anche nelle sere invernali, chiusi nei propri appartamenti, capitava (e capita) di veder passare il vicino che si dirige verso la porta accanto. Quel che diceva Cherubini non doveva essere peregrino e, cento e più anni fa, la ringhiera doveva essere il luogo delle libertà e della fantasia, se anche De Marchi ci ricorda che “usciva alla ringhiera a respirar dell’aria”.
I tempi cambiano i luoghi comuni e parlare di ringhiera oggi, scomparso il proletariato, scomparsa la Milano industriale, scomparsa l’espansione urbanistica può sembrare operazione da guida storica alla città che fu, da Milano d’un tempo. Ma basta fare un giro per i quartieri che furono il centro della nuova Milano di fine Ottocento per capire che non è così. La lenta deglutizione delle vecchie case a ringhiera che, digerite, venivano trasformate in moderne unità abitative a otto-nove piani, si è fermata alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Le ringhiere e i cortili rivivono una nuova stagione di interesse urbanistico, vecchie case vengono rimesse a posto e si trasformano in eleganti edifici residenziali che i proletari di ieri e di oggi difficilmente si potrebbero permettere (ve ne è un bell’esempio in via Giannone). La restaurazione, però, non ne modifica le implicazioni semiotiche e a pragmatica della comunicazione.
La ringhiera è l’esaltazione dell’intermittenza e del singhiozzo. L’osservatore che guarda dal basso vede l’amico, l’amante, lo sconosciuto scomparire negli antri bui dei pianerottoli interni per poi riapparire miracolosamente sulla soglia del ballatoio d’accesso al piano, così per ogni livello, fino all’ultima soglia, quella dell’uscio di casa, dove la figura scompare per entrare nell’inaccessibile privato. A volte, la scala si inerpica con perentorietà dal cortile verso l’alto e si insinua dentro una volta scura, senza luce, da fare paura ai bambini (si vedano certi vecchi fabbricati in via Ascanio Sforza o in Ripetta di Porta Ticinese). Ma al mistero segue subito la luce del ballatoio del primo piano e delle porte degli appartamenti.
Lontana delle false promesse delle coperture in vetro, che oggi sono molto in voga e che illudono di far vedere in trasparenza tutto ciò che accade all’interno dell’edificio, la ringhiera è intermittente anche nelle informazioni. Lascia all’abitante la scelta di esporsi e impedisce una visione completa all’osservatore, disturbato dalle sbarre. Oltre la porta di casa, tutto è visibile, ma non esposto completamente; la scopa, lo straccio, la sedia, la signora mantengono qualcosa di lontano, di non concesso, di privato.
Dopo oltre un secolo le ringhiere superstiti guardano all’esterno ringhiando, mostrando i denti, strenue protettrici di un’idea di città ancora basata sugli spazi ‘intermedi’, mediazioni fra pubblico e privato.
dicembre 31st, 2009 by Giampaolo Proni
Berlino.
La grafica tedesca, ma anche il design e l’architettura sono in genere rigorose, scure, un po’ spigolose.
Un esempio il bellissimo logo di KaDeWe, un antico department store sorto nel 1906 e poi semidistrutto. Ora è stato restaurato dallo studio Schwitzke & Partner Düsseldorf ed è un immenso grande magazzino del lusso.

Ma è straordinario come anche la ghiaia che viene gettata nelle strade per renderle meno scivolose quando sono ghiacciate abbia caratteristiche esteticamente analoghe:

E’ una ghiaia scura e angolosa, a spigoli vivi, perfettamente funzionale allo scopo di frantumare il ghiaccio sotto le suole. Non quella ghiaia allegra e rotonda che usiamo in Italia, così morbida ma assolutamente inadatta allo scopo.
Gli isomorfismi semantici attraversano le culture in traiettorie a volte sorprendenti.
dicembre 20th, 2009 by Francesco Galofaro
Tempo fa alcuni studenti mi riportarono l’affermazione di un collega, che a lezione aveva convintamente affermato: «viviamo nella società dell’immagine». La mia reazione immediata fu: «E’ un cliché». C’è una collezione di esempi del contrario: viviamo nella società del trionfo della scrittura. Le mail, gli sms, i blog … In alcuni casi, si tratta di una forma di feticismo: un po’ come i vandali che non si trattengono dal firmare le candide superfici marmoree, l’esistenza stessa di un supporto è la causa del proprio riempimento.
A provarlo, ecco cosa ho letto con orrore sul pacco della carta igienica che compro da anni. Non mi ci ero mai soffermato: quelle scritte nere su plastica trasparente erano solo un modo come un altro di colmare un vuoto, horror vacui, sotto la dicitura la dicitura a caratteri cubitali “CARTA IGIENICA” (come se non si vedesse. Qualcuno teme che la scambi con i fazzoletti).
“La carta igienica x, prodotta con le migliori fibre di cellulosa, oggi è ancora più morbida e confortevole. Infatti grazie all’esclusiva lavorazione, X ti offre una nuova particolare superficie trapuntata con il decoro del tipico ‘orsetto’ che ne esalta la morbidezza e la consistenza”.
Incredibile. Trapuntata. Tipico orsetto! Qualcuno è stato pagato per pubblicare questa prosa breve in centinaia di milioni di copie, un long seller sugli scaffali dei supermercati. Ora sono un po’ inquieto: quanti altri graziosi capoversi mi circonderanno fin dentro casa, pronti a donarmi attimi di sublime nonsenso?
dicembre 18th, 2009 by Giampaolo Proni
Da anni conduciamo furiose e (forse) interessanti discussioni su semiotica, media e politica sul nostro forum riservato.
Ora mettiamo il naso fuori.
In quel fuori potenzialmente immenso che è la rete, ma forse persino più piccolo di un forum che alla fine è in modalità push. I lettori di un blog possono essere anche 0.
E così siamo partiti.
dicembre 16th, 2009 by Salvatore Zingale
Benvenuti. Questo è il blog di Ocula.