febbraio 20th, 2012 by Cinzia Bianchi
Chi tra noi abita nel centro nord della nostra lunga penisola sta lentamente riemergendo dall’ondata di neve che ci ha travolto. Quantità di neve abbondante, mai vista nel recente passato: i bolognesi devono risalire al 1985 (ma alcuni sostengono che il 1977 sia l’anno di paragone) per trovare una nevicata così corposa e Bologna non è sicuramente il luogo dove ne è caduta di più in assoluto.
L’emergenza neve crea inevitabilmente disagi, mettendo in crisi soprattutto i trasporti, ma la chiusura prolungata delle scuole e delle università (a volte anche oltre il necessario, a mio parere) ha ridotto la mobilità urbana ed extraurbana dei cittadini e quindi tutti noi abbiamo vissuto per qualche giorno in un tempo altro, evitando gli spostamenti in automobile, facendo la spesa al negozio sotto casa e, vestiti come se si dovesse affrontare la grande scalata del Monte Bianco innevato, ci siamo mossi a piedi nel nostro riquadro di città. Abbiamo capito presto come era organizzato il Piano Neve del Comune: quali erano, per esempio, le strade principali che venivano ripulite dagli spazzaneve continuamente per facilitare la mobilità dei mezzi pubblici; quelle secondarie, liberate dalla neve solo durante una pausa tra le precipitazioni; e quelle ultrasecondarie, in cui non sarebbe mai passato nessuno e quindi lasciate alle pale dei volonterosi cittadini che probabilmente abitano nei dintorni. Una volta compreso tutto questo, i percorsi personali all’interno della città si sono modificati, cioè ci siamo create nuove mappe di percorrenza che dipendevano da fattori diversi da quelli usuali: stato dei marciapiedi, cumuli di neve, attraversamenti possibili e impossibili e così via. Se è indubbio che le nostre città non sono costruite “per reggere a una situazione meteo del genere”, come ci hanno ripetuto continuamente i meteorologi, è anche vero che una delle caratteristiche umane è quella dell’adattabilità e nuove situazioni possono comportare nuovi stimoli conoscitivi.
Situazioni di emergenza risultano però più accettabili se il cittadino intravede buon senso degli enti preposti a gestire l’emergenza e se non si sente preso in giro, come invece è successo con il Piano Neve di Trenitalia.
Situazione tipica di un viaggiatore che viaggia abbastanza regolarmente. Controllo da casa della presenza del treno prescelto dal sito di Trenitalia (perché in tempi di emergenza non si sa mai…); spostamento verso la stazione per tempo; arrivo in stazione, sguardo al tabellone e…, magia delle magie, il tuo treno non viene neppure indicato nella lista dei treni. Si guarda più attentamente e si scopre che il prossimo treno utile è tra uno o due ore e con 80 minuti di ritardo. Nel mentre, sai che ci sono tre treni da orario (perché te lo ricordi dal sito che hai consultato un’ora prima) ma che non compaiono. Che ne è successo? Sono stati cancellati? Il tabellone non è aggiornato? Incominci a dubitare della tua memoria… Cerchi conferme e quindi, seguendo un usuale percorso interpretativo di verifica delle ipotesi, ti guardi intorno per cercare un addetto alle informazioni. Non ce ne sono molti in giro ma quello che è più sorprendente è la risposta che forniscono ai viaggiatori disorientati e rinfreddoliti: “Bisogna guardare il Tabellone”. Lì sta la Verità ferroviaria, ciò che accadrà nell’immediato futuro, se si riuscirà a viaggiare (se poi le porte del treno si apriranno, se gli scambi delle stazioni non saranno bloccati dal ghiaccio, se…), quando arriverà il prossimo treno, se arriverà. Una voce metallica poi ci avverte: “ E’ in atto in Piano Neve di Trenitalia, i viaggiatori sono pregati di prestare attenzione agli annunci e a consultare il Tabellone dei treni in arrivo e in partenza. Ci scusiamo del disagio”.
E così l’immagine che più colpisce in questi giorni di emergenza neve alle stazioni ferroviarie riguarda proprio i viaggiatori con la testa rivolta in alto e lo sguardo fisso al Tabellone, che tremano all’idea che anche quel treno che arriverà tra un’ora possa essere improvvisamente cancellato, senza spiegazione, senza congruo preavviso o pianificazione… E si chiede: “Perché non me l’hanno detto prima? Perché non c’era sul sito di Trenitalia? Potrò mai partire e poi arrivare? E se parto e poi non arrivo?”
Da semiologia non posso che constatare che Trenitalia ci sorprende sempre e ci aiuta a tenere attive le nostre sinapsi non permettendo mai di abbandonarsi a facili interpretazioni lessicali. Ho sempre pensato che l’espressione: “Piano Neve” rimandasse al concetto di pianificazione, una serie di passi programmati per gestire l’emergenza neve; con in atto un qualcosa che si chiama “Piano Neve” ci si può aspettare ritardi, cancellazioni ma, per così dire, programmate. Non si possono far circolare tre treni per tratta all’ora ma solo uno? Va bene, ce ne faremo una ragione, ma che quello prescelto ci sia e che sia più o meno in orario. L’interpretazione che si può ricavare dal comportamento di Trenitalia è invece un’altra: quando si utilizza tale espressione si dovrebbe tremare perché siamo in emergenza e tutto è possibile, senza nessuna responsabilità di nessuno. Uomo avvisato…
febbraio 15th, 2012 by Francesco Galofaro
A proposito della trasmissione di Vespa sulle Foibe, potrei lamentarmi delle tecniche ben note che ha impiegato per costruire una finta trasmissione “equilibrata”, e basterebbe citare il fatto che gli eccidi italiani in Slovenia sono stati relegati all’una di notte e senza discussione alcuna. Ma quello che mi è parso un imprevisto interessante, nella trasmissione di Vespa, è l’emergere di una opposizione tra il discorso giornalistico e quello storico, e le rispettive epistemologie. E in effetti i due storici invitati, la Kersevan e Pupo, seduti ai lati opposti del salotto vespasiano, invece di recitare la parte della verità italiana e iugoslava che gli era stata affibbiata, andavano un po’ troppo d’accordo tra loro, e troppo poco con il resto degli ospiti.
Per la logica del medium televisivo, si sa, “dire” non è sufficiente: occorre “mostrare”. E per il contratto di fiducia tra giornalista e ascoltatore, pilastro del giornalismo moderno, quel che si mostra è vero. Che sorpresa quando lo storico (Kersevan) ha pizzicato nel servizio giornalistico degli scherani di Vespa sui crimini atroci, commessi dai partigiani titini ai danni degli italiani, una foto che documentava l’esatto opposto: soldati regolari italiani, riconoscibili dagli elmetti, nell’atto di fucilare i contadini (li allego). Pupo, lo storico cui la trasmissione ha assegnato il ruolo di rappresentare la parte italiana non può che confermare. E che sorpresa quando dichiara che di sterminio etnico non si può certo parlare, visto che l’ideologia dei comunisti partiva da valori diversi e che le vittime non erano “genericamente” italiani, ma a ragione o a torto identificate dai partigiani con lo stato fascista. O quando taccia di rozzezza le argomentazioni dei due politici presenti: si trattava di Gasparri e Rizzo, davvero una facile accusa, ma perché sono stati invitati proprio due persone dagli evidenti disturbi cognitivi? Infine, Pupo concorda con la Kersevan sul fatto che ciclostilati e volantini che all’epoca denunciavano l’eccidio non sono veritieri sol perché d’annata, ma hanno bisogno comunque di una verifica attraverso un controllo incrociato delle fonti.
E questo mi pare davvero il nodo. Posto che quella di Vespa sia davvero una trasmissione giornalistica, occorre concludere che i criteri che costituiscono la verità interna a quel discorso sono enormemente più deboli rispetto a quelli richiesti da un qualunque storico. Il che rende problematica “la storia in prima serata”, che la faccia Vespa o Minoli. Il ritmo diluito del racconto per immagini, l’ambiguo statuto di queste, il loro carattere feticistico che blocca il rimando al significato e alle diverse interpretazioni (rubo l’etichetta a Ugo Volli, che anni fa l’impiegava a proposito della moda), rendono questa forma di narrazione estremamente diseducativa, se confrontiamo anche il numero di persone che raggiunge, privi di criteri per discriminare la qualità dell’informazione cui sono esposti. Da anni storici seri di parte italiana e slovena si confrontano per ricostruire la memoria di quei fatti e favorire la conciliazione; il rispetto dei criteri di scientificità non dà certo la certezza del risultato, ma è forse l’unica speranza possibile al riguardo.

Soldati italiani nell'atto di fucilare contadini sloveni.
febbraio 13th, 2012 by Federico Montanari
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febbraio 3rd, 2012 by Salvatore Zingale
Giusto l’altro ieri, a poco più di una settimana dall’apertura, arriva il primo post sulla pagina Ocula su Facebook. L’autore è anonimo. È arrabbiato con il suo telefono cellulare, perché ci mette mezz’ora a scaricare due foto, fra cavo USB e driver da scaricare. Ed esclama, il nostro amico: “Serve una semiotica critica delle interfacce!!! Ma kattiva”.
Giusto. Merita una risposta, mi son detto. Anche se, in questo caso, mi affido più a una serie di libere associazioni.
Infatti, questa voglia di una semiotica “kattiva”, con la K dei bei tempi del ’77 (“Okkupazione!”), mi ha fatto venire in mente che proprio su Facebook c’è ancora, seppur dormiente, un gruppo che si chiama “Scale della Bovisa: il progetto di un deficiente”. Un titolo kattivo.
Ma di che si tratta? E la critica semiotica dell’interfaccia?
Si tratta di questo:

Una scala dai gradini (gradoni) larghi. Tanto larghi che a guardare le persone salire e scendere (centinaia al giorno) ti sembra di vedere una colonia di sciancati. Sono scale sulle quali ti tocca fare il passo più lungo della gamba. O a fare un mezzo passo. Sono scale costrittive: quando le percorri, ti rendi conto che non sei più tu a muoverti nello spazio, ma è lo spazio (in questo caso quello della pedata, ossia dove si appoggiano i piedi) che ti guida in una danza traballante.

Ecco, anche le scale sono interfaccia. Non si cliccano, ma si calpestano. Del resto il successo del touchscreen è anche questo: riportare i gesti di interazione con gli e sugli oggetti al livello più basico, quello del toccare. Toccare e provocare. Toccare e modificare. Toccare e far accadere. Il mondo artefattuale è pieno di interfacce. Facce delle cose attraverso cui entri nelle cose, o che per lo meno ti permettono di comprendere il modo di farne uso. E tutto, prima o poi, si tocca. Anche le facce degli altri, nell’intimità.
Già, che saremmo noi senza faccia? E che sarebbe un’automobile senza cruscotto? E un computer senza monitor? Apple sta togliendo tutto, dal computer. Via il floppy, via il cd, via tastiera e mouse, via i fili e ogni corpo separato. I suoi post-computer sono (quasi) solo screen. Che poi screen non è solo lo schermo, è anche un paravento o un muro divisorio; qualcosa che copre e che protegge, che permette di controllare: to be screened.
Lo screen – specialmente se touch – è forse l’artefatto che meglio rappresenta tutti gli artefatti: perché è un dispositivo di accesso, di passaggio e di mediazione, di traduzione. Anche l’idea di affordance ci riporta al varco e al guado (the ford). Le scale sono oggetti-luoghi di accesso e traduzione. Così come lo è un peritesto, ciò che invita e intruduce al testo, come la copertina di un libro, il lembo di una confezione, un cartello segnaletico.
E già, noi semiotici mica le abbiamo pensate male. Ricordate il paratesto, il peritesto e l’epitesto? (http://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto). Ricordate le soglie di Gérard Genette? (http://it.wikipedia.org/wiki/Soglie). Scale, porte, paraventi, segnaletiche e schermi sono tutte soglie. Il design della comunicazione, in fondo, è design dell’accesso.
Ecco allora un campo in cui la semiotica non ha da essere solo kattiva. Può perdere la K, diventando attiva. Una semiotica che fa e che fa fare. Che sa operare, o che sa dire come operare, come maneggiare le cose, come pensarle pensando a che cosa accade una volta che vengano maneggiate.
L’ignoto (spero per lui) progettista delle scale della Stazione Bovisa, quello che si è beccato del “deficiente” su FB, questo soggetto ignoto (ma temo che si tratti di più soggetti) non è solo un progettista che fa male. È un progettista che non ha pensato le cose che progettava. Cioè non pensa le cose che pensa.
Fine delle libere associazioni.