Articoli di 'Salvatore Zingale'

Semiotica, scienza collaborativa. Con chi?

Negli ultimi anni la semiotica – o almeno la semiotica che da noi va per la maggiore – pare che abbia sempre più voglia di contaminarsi con altre scienze: prima la sociosemiotica, poi la psicosemiotica e più recentemente l’etnosemiotica. Continua a leggere…

Un saluto a Bob Noorda

Oggi, 12 gennaio 2010, le home page dei maggiori siti di informazione riportano – oltre alla politica, l’economia e le mille emergenze  – notizie del tipo: “È morto a 104 anni l’uomo che alzava 280 kg con un dito”, “L’ippopotamo Nikica in fuga dalle inondazioni”, “Lo strip di Teri Hatcher fa impazzire il Web”. E di chi si tratta? Oppure ci sono le foto di Marrazzo “dopo lo scandalo”. E l’ennesimo scontro fra tram a Milano (una decina di feriti gravi).

Eppure ieri, oltre a Eric Rohmer (“Chi ha due amori perde il cuore. Chi due case diverse perde la ragione”) è scomparso anche Bob Noorda. Ma per trovare una notizia che lo riguardi occorre entrare nelle pagine milanesi.

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Bob Noorda è uno dei più noti, importanti e amati “graphic designer” dell’Italia del secondo Novecento. Per quattro volte ha ricevuto il Compasso d’oro. Nel 2005 la Facoltà del design del Politecnico gli ha conferito la Laurea ad honorem. E’ stato anche un grande docente, a Urbino e a Milano.

Olandese di nascita (Amsterdam, 1927), Noorda ha contribuito alla storia del design italiano. Se siete entrati in una libreria, se avete passeggiato per una qualsiasi città della penisola, viaggiato per strade e autostrade, la sua opera in buona parte la conoscete già. I suoi marchi più noti: Pirelli, La Rinascente, Coop, Arnoldo Mondadori, Regione Lombardia, Agip, Touring Club e molti molti altri. E se a Milano avete preso la metropolitana, avrete di certo visto uno dei suoi capolavori: quel sistema di segnaletica sistemico e minimale (da scuola olandese, De Stijl e Bauhaus) eppure armonico e gradevole. Siamo nel 1962, Noorda ha 35 anni ed era a Milano da pochi anni. Viene chiamato a quell’incarico dall’architetto Franco Albini. Un progetto in sintonia con quegli anni, non d’avanguardia ma all’avanguardia, esportato poi in altre città, New York e San Paolo.

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Nel ricordare quella semplice idea della linea rossa raccontava in un’intervista: “Abbiamo tirato fuori un nuovo sistema, diciamo, che è questa famosa fascia rossa della Linea 1, e per la Linea 2 la fascia verde, che porta solo le indicazioni della segnaletica per trovare la strada in questi ambienti e anche sulla banchina. Per esempio una novità: prima di allora c’era il nome della stazione indicato una volta sola, in mezzo alla banchina, e io invece ho proposto di ripetere il nome ogni cinque metri in maniera che uno che sta nel treno, ancora in movimento, può subito leggere in quale stazione sta fermando”.

Un capolavoro che da anni Milano lascia deperire come una delle tante fabbriche dismesse e ammalorate, mai rinnovata e da qualche anno scempiata con rifacimenti indivibili. Qualche anno fa, infatti, l’amministrazione della città capitale del design e della moda (ah, la retorica!) decise che occorreva dare un rinfrescata a quei cartelli anneriti. E incaricò qualcuno di passare una mano di vernice rossa.  Di rosso lucido e scintillante, ovviamente. E poi ci incollarono sopra le nuove scritte, con caratteri adesivi.

Ma il rosso di Noorda non era scintillante e non era un rosso qualsiasi. Nemmeno le scritte – i caratteri – erano scelti a caso. Amareggiato, qualche anno fa ha dichiarato in un’intervista: “Io non so chi ha deciso di fare questa cosa, ho provato ma non riesco arrivare ad una persona, al responsabile, probabilmente hanno dato in mano tutto ad una ditta che ha tolto, pulito un po’ e riverniciato i pannelli”. E ancora: “C’è una mancanza delle parte pubblica, di chi è responsabile, non c’è una preparazione vera… Forse non si sono accorti che erano lucide le nuove insegne, o che questo fosse diverso. Se prendiamo l’identità grafica e di comunicazione del governo italiano non c’è nulla. Io sono olandese, e li tutti i ministeri hanno un’identità perfetta, sono molto avanti,quasi maniacali c’è sempre una volontà di essere nuovi, qui no. Comunque sia, è un peccato buttare via delle cose che hanno ancora un valore come questa segnaletica che è stata premiata con il compasso d’oro”.

Il suo rosso era invece opaco. Un opaco cercato, studiato, sperimentato: “Nel 1963, abbiamo fatto anche noi una prova con un bel rosso lucido, ma ci siamo accorti che con l’illuminazione che per forza di cose era parallela ai binari il riflesso sarebbe stato terribile, inoltre il lucido avrebbe evidenziato tutte le imperfezioni della posa dei singoli pannelli, e optammo per l’opaco, infatti ora si vede lo spessore delle scritte precedenti, tutto questo è spaventoso”. E il carattere non era preso da un campionario qualsiasi, come scorrere l’elenco dei font di un wordprocessor. Era l’Helvetica, ma fortemente modificato per adeguarlo a una maggiore leggibilità. Un’anticipazione progettuale di ciò che oggi è uno dei fondamenti della progettazione: l’attenzione all’usabilità, lo User-centered design. E ciò che all’inizio dei Sessanta era anticipazione, oggi è oggetto di studio in tutti i centri di ricerca del pianeta. Eppure ha fatto bella fatica ad arrivare nelle menti e sulle scrivanie dei funzionari della capitale del design: “Inoltre  – continua Noorda riferendosi all’infausto restauro – hanno usato un carattere leggermente diverso senza considerare le spaziature originali del manuale, il tutto senza chiamarmi, forse pensano che io non ci sia più”.

Forse è per questo che, nemmeno un anno fa, interrogato da un giornalista del Corriere della sera sull’opportunità di ideare un logo per Milano, città dell’apparenza e dalla memoria storica sempre più scarsa, dichiarava senza pudore: “Un logo per la Milano di oggi? Ci ho pensato, ma non mi è venuto. Milano oggi non ha personalità”.

Un caro saluto a Bob Noorda.

Oh, KaDeWe!

Il post di Giampaolo da Berlino mi riporta indietro di un paio di decenni, quando a Berlino, nel 1984, gli amici mi portarono al KaDeWe – oltre che alla Philarmonie, al Mauer, alla Neue Nationalgalerie di Mies, eccetera.

KaDeWe sta per “Kaufhaus des Wenstens”: “Grandi magazzini dell’Ovest”. Appena messo dentro il primo piede mi sembrò il paese della cuccagna. Niente a che vedere con le pur grandi “Kaufhäuser” che conoscevo a Francoforte e in altre città. Dentro c’era di tutto. Un lusso. Intere boutiques d’alta moda. Ristoranti. Forse anche una pizzeria. Vendite di pesce fresco come fossimo sul mediterraneo. Macellerie e panetterie. Sette piani, otto piani. Eccetera. Ma più che l’immagine di questa interminabile moltitudine di merci, ricordo una cosa piccola. Un barattolo che qualcuno mi fece notare sullo scaffale delle carni inscatolate. Rotondo. Giallo. O rosso? arancio? Non importa. Importa ciò che cosa c’era scritto su: Löwenfleich. Carne di leone.

In epoca post-coloniale e pre-globalizzata, sarebbe stato un bel souvenir. Ne volevo comprare due confezioni, una da esibire l’altra da custodire. Ma le mie deboli tasche mi dissero di no, costava troppo. Neanche una. Quanti marchi? Non ricordo. Negli occhi mi rimane solo il muso di un leone dentro un cerchio. Più o meno come quello della Metro Goldwyn Mayer.

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