Incroci ed eccessi di senso

L’altro giorno percorrevo in bicicletta il Corso della città di Rimini, l’antico decumano, oggi piuttosto stretto e in parte ancora occupato da auto. Come capita spesso nei vecchi centri storici italiani, pedoni, mamme con carrozzine, scooter, bici -elettriche e non- si incrociano e si superano senza regole precise. Capita allora che si veda arrivare verso di noi un pedone o un’altra bicicletta che va in direzione opposta. Non è detto che l’incrocio avvenga sempre a norma del codice della strada, vale a dire ognuno sulla propria destra. Dipende dagli altri pedoni, dalle altre biciclette, da oggetti mobili e immobili che occupano la via.

Succede allora che uno dei due ‘allarghi’ in una certa direzione per facilitare il passaggio.

Mentre lo faccio, noto che questa deviazione viene spesso fatta con un angolo più ampio per comunicare la parte dove si vuole passare.

Per meglio dire, se decido di passare a sinistra, mi sposto a sinistra un po’ di più di quello che sarebbe sufficiente per la semplice sicurezza dell’incrocio, proprio per dire “Sto andando a sinistra, okay? Tu passa alla mia destra”.

Rifletto che questo è un ‘eccesso’ di azione che ha uno scopo semiotico. Non serve al processo fisico di due corpi in moto che devono incrociarsi senza entrare in collisione. Se fossimo due robot dotati di sensori questo ‘plus’ di deviazione sarebbe superfluo. Il margine di deviazione serve per eccesso di prudenza, per avere maggiore sicurezza che l’apparato cognitivo della persona che ci viene incontro possa comprendere da che parte passare.

Possiamo estendere questa considerazione ad altri aspetti del comportamento umano?

Direi di sì.

Goffman, credo in La vita quotidiana come rappresentazione, ipotizza una spiegazione per tanti gesti che facciamo per strada, come guardare l’orologio e il portone mentre aspettiamo una persona sotto casa. Un gesto che non ha funzione pratica ma comunicativa, che serve a dire “Non sono una persona che ciondola per strada, sto aspettando qualcuno”.

Come possiamo definire questo eccesso di comportamento? E’ una specie di ’sovraccarico semiotico’ che ha scopo comunicativo.

Oltre agli aspetti semantici e enunciativi, è interessante valutare anche gli aspetti energetici: per produrre questo ’semiotic overload’ devo impiegare energia. Ecco, una semiotica dell’energia, intesa come lavoro umano per la produzione di senso, forse manca nella nostra disciplina.

Come far diventare fatalisti dei ricercatori

Quando ci troviamo di fronte a quelle grandi impostazioni culturali che a volte si chiamano ideologie, altre volte mentalità, altre ancora attitudini o filosofie o concezioni, ci si trova spesso a discutere da quali cause originano. Prendiamo il fatalismo (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Fatalismo e http://en.wikipedia.org/wiki/Fatalism).

Mi è capitato di recente, nell’ambito di una ricerca universitaria, di trovarmi a coordinare un gruppo di lavoro. Oltre un anno fa, all’approvazione della Legge Gelmini, (30/12/2010) entrò in vigore una norma che cambiava alcune regole amministrative. Questo faceva sorgere dei dubbi interpretativi sull’applicazione della legge. Richiesi dunque un chiarimento. Il chiarimento è arrivato al sottoscritto oggi, 24 gennaio 2012.

In oltre dodici mesi, il coordinatore e il team di ricerca hanno prima verificato di non poter sapere se potevano o no fare una cosa. Dunque abbiamo atteso. Non sapevamo né SE qualcuno avrebbe risposto né, se mai lo avesse fatto, QUANDO. Non sapevamo neppure CHI avrebbe dovuto rispondere né SE avrebbe dovuto farlo.

Questa situazione costruisce inevitabilmente, anche nelle menti razionali e pragmatiche di ricercatori professionisti quali (indegnamente, indegnamente) noi siamo, un paradigma fatalista. Per prima cosa, il non poter sapere ci ha resi indecisi e contradditori. Infatti, ignoravamo se una regola che avrebbe cambiato il nostro comportamento era o non era valida. Ma dovevamo comunque decidere cosa fare, perché avevamo l’impegno di condurre la nostra ricerca. L’assenza di risposta ci metteva nella condizione di dover decidere qualcosa senza avere i dati completi per farlo. E’ questa l’essenza del fatalismo: non poter sapere e quindi non poter né fare né non fare. Dunque, a tratti ci comportavamo come se la risposta fosse positiva, a tratti all’opposto. Inoltre, abbiamo maturato una progressiva sfiducia nei confronti dell’autorità che governa il nostro lavoro. La nostra sensazione è stata che questa Autorità fosse lontana e del tutto disinteressata a quanto facevamo. Infine, spesso abbiamo rinuncianto a fare cose che avrebbero potuto esporci a rischi in caso di risposta negativa. Ci siamo comportati come i più fatalisti musulmani dell’Africa profonda, che alla mia parola ‘domani’ rispondevano inevitabilmente: “Domani? Domani se Iddio vuole!”

Questa è una dimostrazione pratica di come il fatalismo sia prodotto da comportamenti sociali, nella fattispecie la mancanza di informazione su quanto si può o non si può fare da parte di chi ‘governa’ un sistema. Il fatalismo in questo caso è prodotto in modo causale, diretto, inevitabile, in un sistema rigido di cause ed effetti. La forme mentali, se stiamo a questi fatti, si determinano come comportamenti forzati dal sistema.

Queste riflessioni possono essere applicate all’attuale periodo che l’Italia attraversa.

Eco: ottanta anni e qualche riflessione

Abbiamo festeggiato gli ottanta anni di Umberto Eco.
Sono occorrenze che ispirano qualche riflessione.
Ho visto Eco la prima volta nel 1975, nella vecchia sede del DAMS (doveva ancora uscire il ‘Trattato‘). Da studente, andai alla prima lezione del suo corso, in Strada Maggiore. L’aula era piccola e straripava. In prima fila le signore bene dell’intellettualità bolognese. Lui si mise dietro alla cattedra e, senza dire una parola, iniziò a lanciare palle di carta sugli astanti. Mugolii di ammirazione. Esordì: “Ecco, questo è un segno.”
Fui affascinato dalla semiotica e non mi ripresi per molto tempo, forse ne sono ancora innamorato. Per il nostro Maestro attraversai le fasi che ogni discepolo percorre: stupore, ammirazione incondizionata, desiderio di vicinanza, orgoglio di essere ammesso alla ’scola’, emulazione,  delusione, realismo, ribellione, affetto, stima, distanza, amicizia, devozione.
Ricordo quando, col successo del Nome della rosa, tutto cambiò e Umberto diventò una personalità mondiale. Noi, che gli eravamo vicini, restammo sbalorditi. E anche lui, a dire il vero. Fu un shock, perché quando si superano determinate soglie la persona che conoscevi ti viene di fatto sottratta, e ci rimani male. Dopo di allora Eco non poté più vivere come gli altri. Se ne è fatto una ragione e lo ha sempre accettato con disinvoltura. Anche la settimana scorsa qualcuno si è dovuto occupare di respingere alcune persone che non erano invitate e che avrebbero creato disagio.
A parte augurare vita lunga e felice a Umberto Eco, oggi mi viene però da pensare a  quell’esplosione di successo che ha fatto di un brillante professore italiano una star intellettuale mondiale.
All’epoca del Nome della Rosa (1980), due cerchie stavano attorno a Eco: i colleghi più giovani, quasi tutti ricercatori, e gli allievi di prima generazione. I primi subirono un impatto devastante: l’esplosione di un personaggio che anche prima espandeva naturalmente il proprio spirito spinse alcuni di loro a tentare un’emulazione impossibile, altri a rinunciare per sempre ad ambizioni commensurabili. Entrambe le strade, ahimé, sono dettate dal confronto e dunque vincoli, in qualche modo, ombre sulla propria, grande o piccola, individualità. Quasi tutti col tempo si ripresero e divennero ciò che erano, in modi diversi brillanti, operosi, abili, autorevoli.
Noi della seconda cerchia subimmo effetti meno diretti; la nostra emulazione non aveva l’età per essere seria, ma proprio questa distanza la rendeva più insinuante, più ideale, più profonda. Io stesso sognai di essere docente universitario e scrittore, e devo dire che lo sono diventato. Ma in sedicesimo. Posso fungere da Eco in formato tascabile, al massimo. Le vicende degli altri sono analoghe. Per ora. Si può sempre vincere un Nobel fino all’ultimo giorno della vita.
Questo non è un lamento. Ho imparato da Umberto tante cose, altre le ho apprese da altri. Innumerevoli le ho apprese da me stesso. E comunque, questa esplosione di fama che ha illuminato tanti satelliti, ha messo in moto grandi energie. Così come ha inghiottito interi brani di esistenze.
Una cosa credo di poter concludere: l’idea che abbiamo dell’individuo che coincide con i propri confini corporei è del tutto errata. Ogni individuo crea un campo simile al campo gravitazionale, esteso più del suo corpo o anche meno: un campo semiotico, vogliamo chiamarlo? Quando lo è di più, ingloba altri individui, in toto o in parte, e li muove secondo le sue traiettorie. Quando lo è di meno, viene attratto nel campo di altri. Alcuni individui sono dotati di un campo semiotico più ampio della media. Vuol dire che trasportano altri pezzi di persone o persone intere. E’ difficile sia stare loro vicini sia starne lontani. Solo la consapevolezza di quanto questa relazione sia interessante ci aiuta a gestirla.

GP

Facciamo quadrato?

Il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti sembra fatto apposta per illustrare la nozione semiotica di assiologia, vale a dire di rappresentazione di una categoria semantica nel quadrato semiotico.
Prima, avevamo un Presidente del Consiglio imprenditore, dunque un uomo dedito alla pratica, ora abbiamo un professore, dunque un teorico. Mentre Berlusconi era un uomo di eccessi e appetiti (“Molto lavoro, molto divertimento”, usa dire) ora abbiamo un premier all’insegna della sobrietà e del controllo, il divertimento del quale è visitare musei.
In un primo quadrato avremo:

quadrato_ber_monti_01

Il quadrato semiotico ci mostra nei sub-contrari i punti deboli di Berlusconi: mancanza di una teoria (programma, visione) difficoltà nel controllo (di sé, del suo partito), che hanno portato alla fine prematura del governo da lui presieduto. Saranno anche i sub-contrari i rischi del governo Monti? Già i primi fatti ci indicano che possono esserlo: mancanza di contatto con la pratica (la vita quotidiana), carenza di passioni e slanci. Se fossi lo Spin Doctor di un Monti candidato, dovrei consigliarlo di lavorare su questi punti deboli.

Soprattutto, però, colpisce una opposizione che pare fatta apposta per il quadrato semiotico: Berlusconi non aveva i voti neppure del suo partito (a partire dalla defezione dei finiani e dalle ‘campagne acquisti’ successive); Monti ha i voti di partiti non suoi (poiché non ha un partito).
Proviamo dunque a scrivere questo quadrato:

quadrato_ber_monti_02

Questo quadrato rivela anche di più, sempre osservando i sub-contrari: Berlusconi ha dovuto rinunciare al mandato perché, nonostante l’emergenza, non era in grado di costituire un governo di unità nazionale, raccogliendo i voti di partiti di opposizione (i voti dei non suoi). Il sub-contrario del negativo, invece, non va ridotto con logica algebrica a “Ha i voti dei suoi” eliminando la doppia negazione. Ma leggendo “Non è vero che non ha i voti dei suoi”, o, tirando un po’ la logica per i capelli (ma la semiotica non è deduttiva, è strumento per descrivere il senso) “Non può non avere i voti dei suoi”. E infatti, Monti si regge di fatto su una non-opposizione, più che su una maggioranza.
E questo, ancora una volta, è ovviamente il suo rischio: stare seduto su un “non poter non sostenere” il governo invece che un “voler sostenere”.

Giampaolo Proni

Volli goes sharing

Ugo Volli mi scrive or ora “dato che  [...] ho un sacco di lavoro virtualmente invisibile perché sepolto in riviste difficili da trovare o libri fuori commercio, ho deciso di mettere tutta questa roba in un formato protetto ma scaricabile su un sito – almeno tutta quella che secondo me potrebbe avere ancora qualche interesse per studenti e colleghi.”

Una scelta importante, che inizia ad aprire anche nel nostro settore una riflessione sull’obsolescenza del supporto cartaceo ma soprattutto sulla insensatezza della custodia di testi che non hanno valore commerciale ma hanno un importante valore scientifico.

Volli è un autore che ha al suo attivo titoli che sicuramente hanno dato un risultato economico, ma la maggior parte degli studiosi di semiotica non ricava nulla in termini di diritti, anzi, la pubblicazione di molti testi è finanziata da fondi universitari, sotto diversi titoli.

Dall’altro lato, le richieste degli editori stanno diventando sempre più vessatorie. Di recente ho visto un contratto che imponeva al firmatario, oltre all’ormai diffuso impegno ad adottare il testo per i propri corsi (a volte con comunicazione del numero degli studenti… come se gli studenti comprassero i libri…), l’impegno a ricomprare le copie invendute…  Mi sono informato con una legale, ed è assolutamente contrario al principio stesso del diritto d’autore imporre clausole di questo tipo.  L’editore, da sempre, rischia assieme all’autore. Non può avere gli utili e scaricare le perdite sull’autore…

Detto questo, la circolazione cartacea dei testi di semiotica in Italia, con poche e salutari eccezioni, è veramente minima. Le tirature sono basse e dopo uno o due anni il libro, se non va in ristampa, è introvabile, sempre che ci sia qualcuno che lo voglia trovare.

In ogni caso, i diritti che gli autori percepiscono sono minimi.  C’è da chiedersi veramente perché, a fronte di questa situazione, il vantaggio di una diffusione potenzialmente illimitata in rete non venga scelto più spesso.

Ocula lo sta sperimentando. Alcuni dei nostri articoli sono dei punti fermi in alcuni settori di studio, anche dopo anni, e vengono continuamente scaricati. Tra l’altro, la verifica dei tassi di download dei diversi testi consente di monitorare l’andamento dell’interesse del lettore e dunque anche quello del valore scientifico del testo stesso. Pensare che il valore di un testo non dipenda infatti dal numero di lettori (non dico soltanto da questo…) è abbastanza illogico. La posizione di Eco o di Barthes nella semiotica non si può certo scindere dal numero di copie vendute delle loro opere.  Forse questo vale meno per Greimas o Peirce, ma è comunque un fattore indicativo.

L’idea di Ugo Volli è dunque importante. Anche Gianfranco Marrone da tempo mette e disposizione diversi suoi testi (gianfrancomarrone.it), e lo stesso fa Paolo Fabbri (paolofabbri.it), e forse ce ne sono altri, e i commenti a questo post potranno integrare l’elenco. Il sintomo è importante.

I testi accademici in lingue minoritarie come l’Italiano, a mio parere, migreranno presto quasi tutti sul web, in quanto non vi è alcun incentivo economico a pubblicarli. Resta l’incentivo accademico, ma ancora per poco. In questo modo i fondi che si spendono per stampare libri di carta si potrebbero usare per altre iniziative.

I testi di Ugo Volli si trovano all’indirizzo:

sites.google.com/site/profugovolli

E il lavoro di pubblicazione è ancora in corso…

In relazione al call sul viaggio

In relazione al call for papers sul viaggio vorrei inziare qui, con commenti o post, se qualcuno ne ha voglia, una discussione di preparazione.

Ovviamente i criteri di pubblicazione restano quelli standard: commentare o postare non significa avere l’articolo accettato.

Inizio col dire che l’idea di un numero sul viaggio mi è venuta … in viaggio. A Berlino, per la verità. Ovviamente la letteratura sui viaggi è troppa per poterla persino citare. Quindi escluderei analisi di letteratura di viaggio, che pure sarebbe un bel tema, ma andremmo sulla semiotica letteraria, che non è un settore particolarmente praticato da Ocula. Anche se, forse, la semiotica della letteratura, dopo un boom negli anni 70-80, oggi sembra praticamente defunta. Ma tant’è. Ho pensato che fosse meglio chiedere a dei semiotici (o affini, ma molto affini) di raccontare semioticamente un loro viaggio. Vero, o falso ma raccontato come vero. Chissà, magari lo raccontiamo, o analizziamo, senza particolare originalità. Ma credo che qualcosa dovremmo riuscire a dire, a modo nostro.

All’idea si è associato Davide Gasperi, e ora siamo noi due gli editor, e attendiamo con ansia di avere proposte.

Gli spunti sono tanti. Sono appena andato a c omprare le sigarette e prendere un caffé al bar vicino a casa mia. Purtroppo non ho tempo per una passeggiata o un po’ di jogging. Può essere un viaggio andare a comprare le sigarette? A Rimini si racconta di un signore che disse alla moglie “Vado a comprare le sigarette”. E sparì. Tornò dopo dieci anni. Aprì la porta. La moglie era ai fornelli con i bambini che le correvano intorno e aggrappati alle gonne. Lui fa: “Sono tornato”.  E lei, senza neppure voltarsi:  “C’era la fila, dal tabaccaio?” La storia è in dialetto, il che la rende molto più divertente. Ma siamo una rivista accademica e magari del dialetto ci occuperemo in un altro momento.  Andare a compare le sigarette o a fare la spesa all’ipermercato può essere un viaggio anche in altri sensi

La strada

La strada

?

Regolarità

Oggi vado a fare jogging sulla pista ciclabile del Marecchia. A un certo punto ho davanti a me due signore che passeggiano, affiancate, nel mio stesso senso di marcia, a destra, e di fronte un’altra con una carrozzina, che si dirige verso di me, alla mia sinistra. Io mi sposto più veloce. O per meglio dire, loro si muovono più lente, visto il mio passo da mezzofondista di mezz’età. La velocità e la direzione di ognuno dei tre oggetti in moto fa sì che siamo destinati, se non cambiamo il vettore, ad affiancarci tutti equattro  (da sinistra: la carrozzina, io, le due signore) per un istante. Vedo questo e calcolo che possiamo passarci tutti. Lo stesso fa la signora con la carrozzina, che si sposta solo leggermente alla sua destra, come io mi sposto leggermente alla mia sinistra. Per un istante formiamo una linea retta:

carrozzina – io – signora 1 – signora 2

Poi io supero le due signore e la carrozzina continua in senso opposto.

Mi trovo in quel momento a pensare: “Strano, questi allineamenti super-temporanei, sia camminando, sia in bicicletta,  sia in auto (per es. in una autostrada a 3 corsie) avvengono più spesso di quanto dovrebbero avvenire se tutti procedessero semplicemente a velocità costante. Non sarà che cerchiamo magari inconsapevolmente di farli avvenire?”

Ma, mah. No, questo non è possibile. E’ vero che un certo istinto porta le persone a prendere la misura da lontano e a effettuare il passaggio in simultanea per avere maggiore controllo degli ingombri, soprattutto alla guida di un veicolo. Ma statisticamente non c’è nessuna prevalenza di allineamenti. Non vi è nessuna legge, né fisica né sociologica, che lo può giustificare.

E’ che, semplicemente, il nostro cervello è costruito in modo da dare maggiore attenzione alle forme regolari e semplici. Se in un bosco per puro caso tre alberi sono in linea retta, l’occhio e il cervello subito colgono questa forma. Così se una nuvola è rotonda, o un lago è a forma di Y (come il lago di Como). Mentre il Lago di Lugano, che non ha una forma semplice, è più difficile da cogliere e da descrivere.

Questa capacità è così forte da farci pensare che le forme ’significative’ (che hanno figuratività, ma anche regolarità plastica o comunque eidetica) sono addirittura più frequenti o più grandi di quanto sia veramente. In ogni caso, sono più importanti per il soggetto. Allo stesso modo, non appena il rumore del treno, o quello delle ruote dell’auto su lastre di cemento di un viadotto,  si avvicina a un ritmo regolare, il percetto attraversa la barriera dell’attenzione e inizia un percorso interpretativo che può cessare subito ma anche arrivare lontano. Forme, forme del senso che emergono e si propagano, si mescolano, risuonano.

Su queste regolarità è facile appoggiare una convenzione, costruire un codice, dar vita a un testo estetico.

Quanto vivrà ancora la semiotica italiana

Taccio nome dell’autore e titolo e persino argomento: ci conosciamo tutti e si rischiano amicizie, carriere ecc.

Ma mi sembra giusto raccontarlo. Mi chiede un appuntamento la figlia di un amico che frequenta un Corso di Laurea in cui vi è un insegnamento di semiotica. Ha difficoltà e chiede qualche consiglio. Mi è già capitato, lo faccio volentieri. Non influisco su alcun risultato, non dò lezioni, solo qualche  professorale suggerimento. Mi sottopone i libri da portare all’esame. Assommano a circa 1.000 pagine. So che questo è già un indizio, ma è significativo, non posso trascurarlo.

Scorro gli indici e leggo qua e là, alla fine conversiamo per oltre 90 minuti, i più li passo leggendo e cercando di spiegare il significato del testo. A volte faccio fatica, devo rileggere, ridire, riformulare. Lo stile è involuto,  alterna metafore a termini semiotici molto specifici. Spesso l’autore fa riferimento a posizioni di altri, criticandole e proponendo soluzioni alternative, ma non vi sono citazioni né nomi; nebulosamente scorgo il profilo di alcune teorie. Spesso le revisioni -proposte dopo pagine di sottili distinzioni- deviano così impercettibilmente dalla dottrina criticata da apparire quasi indistiguibili, se non per una farraginosa ri-enunciazione in un idioletto difficoltoso e incostante ad un tempo. Testi forse interessanti, ma molto difficili, oscuri, pieni di concetti semplici, a volte banali, espressi in modo barocco e involuto. Del tutto inadatti a un uso didattico. Francamente, assegnati a uno studente nel 2010, semplicemente crudeli.

Ricordo, negli anni ‘70, quando -come molti di noi- mi innamorai della semiotica di Umberto Eco,  l’entusiasmo con il quale si salutava un nuovo modo di scrivere, uno stile aperto, semplice, rispettoso del lettore, alcuni dicevano (osando) ‘americano’… Una saggistica brillante, colta, illuministica, in cui bibliografie esaurienti e internazionali, un apparato di note robusto, una suddivisione razionale e chiara in paragrafi e sottoparagrafi, sorreggevano una indagine condotta sempre con tensione e arguzia, ampiezza di visione culturale e fervore nel costruire una nuova disciplina. Ogni nuovo libro di Eco era un piacere, per noi giovani appassionati dei segni, e mai si sentiva dire che non si potesse capire o che fosse oscuro o che esuberasse dai limiti di buon senso in quantità o modo.

Certamente, Umberto resta un maestro nella scrittura  saggistica italiana, non si pretende di superarlo.

Ma cosa potevo dire alla simpatica matricola? Pensare alle mille pagine di acqua -se non calda- tiepida, che si doveva sorbire mi ha riempito di tristezza. Per la prima volta, di fronte a un esame della mia disciplina, che ho praticato per circa 35 anni, non ho potuto che dirle “Porti pazienza, legga, veda se può capire, come vede, anch’io faccio fatica. Certamente i suoi colleghi non potranno superare di molto la comprensione che ne ha avuto lei. Vedrà che l’esame in qualche modo lo passerà.”

Desolante. Ovviamente non generalizzo. Ci sono autori italiani che riescono a produrre testi di semiotica chiari, se non appassionanti almeno capaci di portare a una conclusione, e a volte persino utili. Francamente, di rado memorabili, ma questo non lo si può pretendere. Tuttavia, credo che questa disciplina volga pacatamente e debolmente verso l’estinzione. Verrà in qualche modo -probabilmente- smembrata tra sociologia, linguistica, filosofia del linguaggio e logica, magari antropologia e ovviamente marketing. E’ il marketing oggi il mare magnum in cui le scienze umane vanno ad immettersi. Ma di questo, magari, in un altro momento.

Gestalten

Berlino.

La grafica tedesca, ma anche il design e l’architettura sono in genere rigorose, scure, un po’ spigolose.

Un esempio il bellissimo logo di KaDeWe, un antico department store sorto nel 1906 e poi semidistrutto. Ora è stato restaurato dallo studio Schwitzke & Partner Düsseldorf ed è un immenso grande magazzino del lusso.

Kaufhaus_des_Westens_logo

Ma è straordinario come anche la ghiaia che viene gettata nelle strade per renderle meno scivolose quando sono ghiacciate abbia caratteristiche esteticamente analoghe:

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E’ una ghiaia scura e angolosa, a spigoli vivi, perfettamente funzionale allo scopo di frantumare il ghiaccio sotto le suole. Non quella ghiaia allegra e rotonda che usiamo in Italia, così morbida ma assolutamente inadatta allo scopo.

Gli isomorfismi semantici attraversano le culture in traiettorie a volte sorprendenti.


Finalmente il blog di Ocula

Da anni conduciamo furiose e (forse) interessanti discussioni su semiotica, media e politica sul nostro forum riservato.

Ora mettiamo il naso fuori.

In quel fuori potenzialmente immenso che è la rete, ma forse persino più piccolo di un forum che alla fine è in modalità push. I lettori di un blog possono essere anche 0.

E così siamo partiti.