marzo 1st, 2010 by Giampaolo Proni
Ugo Volli mi scrive or ora “dato che [...] ho un sacco di lavoro virtualmente invisibile perché sepolto in riviste difficili da trovare o libri fuori commercio, ho deciso di mettere tutta questa roba in un formato protetto ma scaricabile su un sito – almeno tutta quella che secondo me potrebbe avere ancora qualche interesse per studenti e colleghi.”
Una scelta importante, che inizia ad aprire anche nel nostro settore una riflessione sull’obsolescenza del supporto cartaceo ma soprattutto sulla insensatezza della custodia di testi che non hanno valore commerciale ma hanno un importante valore scientifico.
Volli è un autore che ha al suo attivo titoli che sicuramente hanno dato un risultato economico, ma la maggior parte degli studiosi di semiotica non ricava nulla in termini di diritti, anzi, la pubblicazione di molti testi è finanziata da fondi universitari, sotto diversi titoli.
Dall’altro lato, le richieste degli editori stanno diventando sempre più vessatorie. Di recente ho visto un contratto che imponeva al firmatario, oltre all’ormai diffuso impegno ad adottare il testo per i propri corsi (a volte con comunicazione del numero degli studenti… come se gli studenti comprassero i libri…), l’impegno a ricomprare le copie invendute… Mi sono informato con una legale, ed è assolutamente contrario al principio stesso del diritto d’autore imporre clausole di questo tipo. L’editore, da sempre, rischia assieme all’autore. Non può avere gli utili e scaricare le perdite sull’autore…
Detto questo, la circolazione cartacea dei testi di semiotica in Italia, con poche e salutari eccezioni, è veramente minima. Le tirature sono basse e dopo uno o due anni il libro, se non va in ristampa, è introvabile, sempre che ci sia qualcuno che lo voglia trovare.
In ogni caso, i diritti che gli autori percepiscono sono minimi. C’è da chiedersi veramente perché, a fronte di questa situazione, il vantaggio di una diffusione potenzialmente illimitata in rete non venga scelto più spesso.
Ocula lo sta sperimentando. Alcuni dei nostri articoli sono dei punti fermi in alcuni settori di studio, anche dopo anni, e vengono continuamente scaricati. Tra l’altro, la verifica dei tassi di download dei diversi testi consente di monitorare l’andamento dell’interesse del lettore e dunque anche quello del valore scientifico del testo stesso. Pensare che il valore di un testo non dipenda infatti dal numero di lettori (non dico soltanto da questo…) è abbastanza illogico. La posizione di Eco o di Barthes nella semiotica non si può certo scindere dal numero di copie vendute delle loro opere. Forse questo vale meno per Greimas o Peirce, ma è comunque un fattore indicativo.
L’idea di Ugo Volli è dunque importante. Anche Gianfranco Marrone da tempo mette e disposizione diversi suoi testi (gianfrancomarrone.it), e lo stesso fa Paolo Fabbri (paolofabbri.it), e forse ce ne sono altri, e i commenti a questo post potranno integrare l’elenco. Il sintomo è importante.
I testi accademici in lingue minoritarie come l’Italiano, a mio parere, migreranno presto quasi tutti sul web, in quanto non vi è alcun incentivo economico a pubblicarli. Resta l’incentivo accademico, ma ancora per poco. In questo modo i fondi che si spendono per stampare libri di carta si potrebbero usare per altre iniziative.
I testi di Ugo Volli si trovano all’indirizzo:
sites.google.com/site/profugovolli
E il lavoro di pubblicazione è ancora in corso…
febbraio 8th, 2010 by Ruggero Ragonese
Capita sempre nella vita di ritrovarsi a scegliere fra quantità e qualità (più amici senza guardare troppo per il sottile, meno amici ma di classe, meno soldi, ma più felicità etc.). La televisione italiana da anni ha scelto la strada della quantità. I più abbondano: più programmi, più conduttori, più pubblicità, più telegiornali.
La questione è annosa: cosa c’è di reale nei reality e, molto di più, che cos’è un reality? Non è certo affare di poche righe, come quelle che abbiamo qui sotto, disquisire su come inserisca la parola reality nell’idea stessa di realtà o falsità televisiva. Prendiamola alla larga, molto alla larga. Capita ancora oggi di dire, specie se si amano i termini desueti, ad un amico messo in crisi dalle sue stesse ardite supposizioni in merito alla fedeltà della sua fidanzata: “ma cosa vai a pensare, non siamo mica in un romanzo”. Il senso di questa frase è di facile comprensione, ma ha forse un portato culturale maggiore di quello che possiamo immaginare. Ci dice: la realtà non è quella incantata dei romanzi dove per romanzo si intende, per antonomasia, quello popolare ottocentesco e per realtà romanzesca ci si riferisce a un contenuto stereotipato di eroi, eroine, palazzi, maghi e avventure. Non è questione da poco: Franco Moretti, in un bel saggio dal titolo “Il secolo serio” inserito nel volume La cultura del romanzo da lui curato, riprende due termini Roland Barthes apparentemente astrusi: ‘funzioni cardinali’ e ‘catalisi’. Niente di più chiaro invece: le funzioni cardinali sono i nodi che determinano gli eventi di un romanzo, le catalisi sono tutti gli episodi definibili come ‘riempitivi’. Nota Moretti che il romanzo delle origini abbonda di nodi, tutta una successione di eventi epocali per lo spiegarsi della storia (X naufraga, si ritrova senza cibo, incontra una tribù di selvaggi; oppure X rivela il suo amore per Y, ma scopre che Y è sua sorella, Z imprigiona Y etc.). Poi il romanzo ‘borghese’ inizia a dare sempre più spazio alle catalisi, ai riempitivi che scandiscono una realtà non determinante ai fini della storia (descrizione di un pranzo di X e Y, pensieri e riflessioni di X dopo una cena dalle zie). Insomma, si indugia. Inutile dire che indugio non vuol dire noia, ma al contrario l’inizio del grande romanzo moderno: siamo più interessati al mondo che circonda Emma Bovary che ai suoi effettivi tradimenti (solo due in fondo, sciocchezze) e molto più ansiosi di scoprire il percorso interiore di Raskolnikov che di saper se verrà scoperto nel suo delitto. La narrazione quindi si compone sempre più di indugi, episodi apparentemente secondari, piccoli eventi (che giustamente ricordano a Moretti le composizioni dei quadri di Vermeer). Questo non succede nella letteratura di massa, o di largo consumo, dove invece abbondano i tradimenti, le passioni, gli svelamenti, financo gli omicidi. Qui, state pur certi che se ci si focalizza su un anello questo sarà la prova di un infedeltà e se passa un brutto ceffo per strada è probabile che abbia un coltello o una pistola sotto il cappotto. Ecco allora, la consolazione: “non siamo mica in un romanzo”. Memore di questa tradizione era anche la produzione fiction televisiva. Le telenovelas, i serial ma anche i rotocalchi rosa abbondavano di ‘funzioni cardinali’: quello ha tradito quell’altra, lei è incinta o forse no, quell’altro è il vero padre di quest’altro; poco importava che si trattasse di narrazioni svoltesi nella finzione (telenovelas) o nella realtà (programmi di gossip).E poco importava, ovviamente, dei travagli interiori, degli indugi privati dei personaggi. Tutto questo costruiva una realtà ‘magica’ cara agli studiosi della ‘uses and gratification theory’ in cui la casalinga di Voghera e il bracciante lucano potessero identificarsi, uscendo dalla loro routine quotidiana. Il reality non cambia le carte in tavola, le inverte. E’ l’indugio,l’elemento intimo e privato, a invadere per intero la scena narrativa. Niente di quello che succede in un reality può davvero configurarsi come un nodo, come una funzione cardinale e la cosa salta agli occhi. Cosa può succedere ad uno qualunque dei personaggi all’interno di un reality che possa risultare un nodo, un momento cardinale nella sua vita: non si hanno svelamenti (non si hanno notizie nei Grandi Fratello e simili di agnizioni: nessuna madre perduta, nessun ricongiungimento familiare), non si hanno gravidanze, omicidi, rapimenti. Non succede in ore e ore di riprese nulla di quello che può succedere in una pagina del Conte di Montecristo o in una puntata di Beautiful. Resta però qualcosa di quest’ultimi: la particolarità dello sfondo (isole deserte, case hi-tech) e la dimensione irreale dei personaggi (uomini e donne famose o quasi, ragazzi/e ex comuni, ora nobilitati dal programma, donne particolarmente belle e stupide o uomini eccezionalmente brutti e intelligenti).
E’ la narrazione che si è via via resa evanescente, perdendo anche le basi stesse del racconto. Cosa è rimasto, nell’Isola dei famosi, dell’idea del naufragio, se non che i naufraghi si trovano su un bellissimo atollo caraibico? La differenza fra una fiction e un reality, o meglio, una delle differenze, è che il reality è protonarrativo rispetto alla fiction: non vi è nessuna storia complessa, ma la combinazione di situazioni. Eco scrive nelle sue Postille al nome della Rosa che il romanzo nasceva dal suo desiderio inconscio di vedere dei preti o dei monaci uccisi in un convento. Ecco la forma protonarrativa di un possibile reality: dei monaci in un convento, magari monaci famosi, ma niente morti per carità. Stevenson pensava, un secolo prima, per far dormire il figlio irrequieto, a un’isola dove in molti cercavano un tesoro nascosto. Ecco l’idea principe di molti reality su cui gli eredi dello scrittore scozzese potrebbero chiedere delle royalties. Stevenson ed Eco hanno avuto la perseveranza di continuare questa forma primigenia e costruirne una fiction, un romanzo. Alla base c’era un momento embrionale che accomuna tutti, scrittori, spettatori, lettori, ma che è cosa ben diversa dal costruire una storia: è in questo senso che siamo tutti ideatori di reality e in pochi scrittori di romanzi. Chi non ha pensato, almeno una volta, nella sua vita, guardando certe vallette inebetite e succinte o certi calciatori che facevano e pensavano tutto quello che faceva e pensava il mister e nonostante questo, o proprio grazie a questo, guadagnavano notevoli quantità di denaro, chi non ha pensato che queste persone sarebbero state bene, per un periodo, per carità non troppo lungo, in un’isola deserta senza cibo e senza tetto? Quanti fra noi, guardando il compagno tutti 10 con occhiali e brufoli e la bionda, bellissima ragazza un po’ oca, ma molto cool della classe accanto, non si è detto: ‘ti immagini metterli assieme nella stessa camera per un mese’. Ognuno di noi aveva già inventato il reality che inevitabilmente non è meno o più reale del resto della televisione, semplicemente non si basa su una scaletta, su un copione, su una sceneggiatura; esso salta la dimensione discorsiva, l’affinamento degli spazi, dei caratteri e si attacca direttamente alla forma protonarrativa che appartiene già al pensiero di tutti coloro che sono troppo impegnati in altro per fare televisione anziché guardarla.
La dimensione discorsiva si blocca in questa narratività aurorale e i personaggi e il loro sfondo si immergono in un tempo dilatato (catalisi, indugio) dove è persa la possibilità di approfondimento psicologico, dove i singoli gesti e i singoli atti non ricostruiscono le esistenze dei personaggi, come invece avveniva nel grande romanzo borghese di cui parla Moretti. Resta però lo strano effetto di una low fi-reality (per citare un bel saggio di Demaria, Grosso, Spaziante) dove, come in un romanzo che metta insieme le fortezze e gli intrighi di Dumas, le pie fanciulle e i principi cattivi di Walpole con i tempi e le descrizioni di Kafka e di Dostoevskij, si inseriscono fra personaggi famosi e isole di sogno le telecamere fisse di Warhol o di Godard. Non la ipereality delle telenovelas, atte a soddisfare i bisogni delle casalinghe insoddisfatte, ma una travolgente iporeality. Cosicché, oggi, all’amico che, questa volta, appare troppo sicuro, nonostante certi indizi, della fedeltà della sua fidanzata, possiamo dire: “Ehi, stai attento, bello, non siamo mica in un reality show.” 
febbraio 3rd, 2010 by Giampaolo Proni
In relazione al call for papers sul viaggio vorrei inziare qui, con commenti o post, se qualcuno ne ha voglia, una discussione di preparazione.
Ovviamente i criteri di pubblicazione restano quelli standard: commentare o postare non significa avere l’articolo accettato.
Inizio col dire che l’idea di un numero sul viaggio mi è venuta … in viaggio. A Berlino, per la verità. Ovviamente la letteratura sui viaggi è troppa per poterla persino citare. Quindi escluderei analisi di letteratura di viaggio, che pure sarebbe un bel tema, ma andremmo sulla semiotica letteraria, che non è un settore particolarmente praticato da Ocula. Anche se, forse, la semiotica della letteratura, dopo un boom negli anni 70-80, oggi sembra praticamente defunta. Ma tant’è. Ho pensato che fosse meglio chiedere a dei semiotici (o affini, ma molto affini) di raccontare semioticamente un loro viaggio. Vero, o falso ma raccontato come vero. Chissà, magari lo raccontiamo, o analizziamo, senza particolare originalità. Ma credo che qualcosa dovremmo riuscire a dire, a modo nostro.
All’idea si è associato Davide Gasperi, e ora siamo noi due gli editor, e attendiamo con ansia di avere proposte.
Gli spunti sono tanti. Sono appena andato a c omprare le sigarette e prendere un caffé al bar vicino a casa mia. Purtroppo non ho tempo per una passeggiata o un po’ di jogging. Può essere un viaggio andare a comprare le sigarette? A Rimini si racconta di un signore che disse alla moglie “Vado a comprare le sigarette”. E sparì. Tornò dopo dieci anni. Aprì la porta. La moglie era ai fornelli con i bambini che le correvano intorno e aggrappati alle gonne. Lui fa: “Sono tornato”. E lei, senza neppure voltarsi: “C’era la fila, dal tabaccaio?” La storia è in dialetto, il che la rende molto più divertente. Ma siamo una rivista accademica e magari del dialetto ci occuperemo in un altro momento. Andare a compare le sigarette o a fare la spesa all’ipermercato può essere un viaggio anche in altri sensi

La strada
?
gennaio 16th, 2010 by Giampaolo Proni
Oggi vado a fare jogging sulla pista ciclabile del Marecchia. A un certo punto ho davanti a me due signore che passeggiano, affiancate, nel mio stesso senso di marcia, a destra, e di fronte un’altra con una carrozzina, che si dirige verso di me, alla mia sinistra. Io mi sposto più veloce. O per meglio dire, loro si muovono più lente, visto il mio passo da mezzofondista di mezz’età. La velocità e la direzione di ognuno dei tre oggetti in moto fa sì che siamo destinati, se non cambiamo il vettore, ad affiancarci tutti equattro (da sinistra: la carrozzina, io, le due signore) per un istante. Vedo questo e calcolo che possiamo passarci tutti. Lo stesso fa la signora con la carrozzina, che si sposta solo leggermente alla sua destra, come io mi sposto leggermente alla mia sinistra. Per un istante formiamo una linea retta:
carrozzina – io – signora 1 – signora 2
Poi io supero le due signore e la carrozzina continua in senso opposto.
Mi trovo in quel momento a pensare: “Strano, questi allineamenti super-temporanei, sia camminando, sia in bicicletta, sia in auto (per es. in una autostrada a 3 corsie) avvengono più spesso di quanto dovrebbero avvenire se tutti procedessero semplicemente a velocità costante. Non sarà che cerchiamo magari inconsapevolmente di farli avvenire?”
Ma, mah. No, questo non è possibile. E’ vero che un certo istinto porta le persone a prendere la misura da lontano e a effettuare il passaggio in simultanea per avere maggiore controllo degli ingombri, soprattutto alla guida di un veicolo. Ma statisticamente non c’è nessuna prevalenza di allineamenti. Non vi è nessuna legge, né fisica né sociologica, che lo può giustificare.
E’ che, semplicemente, il nostro cervello è costruito in modo da dare maggiore attenzione alle forme regolari e semplici. Se in un bosco per puro caso tre alberi sono in linea retta, l’occhio e il cervello subito colgono questa forma. Così se una nuvola è rotonda, o un lago è a forma di Y (come il lago di Como). Mentre il Lago di Lugano, che non ha una forma semplice, è più difficile da cogliere e da descrivere.
Questa capacità è così forte da farci pensare che le forme ’significative’ (che hanno figuratività, ma anche regolarità plastica o comunque eidetica) sono addirittura più frequenti o più grandi di quanto sia veramente. In ogni caso, sono più importanti per il soggetto. Allo stesso modo, non appena il rumore del treno, o quello delle ruote dell’auto su lastre di cemento di un viadotto, si avvicina a un ritmo regolare, il percetto attraversa la barriera dell’attenzione e inizia un percorso interpretativo che può cessare subito ma anche arrivare lontano. Forme, forme del senso che emergono e si propagano, si mescolano, risuonano.
Su queste regolarità è facile appoggiare una convenzione, costruire un codice, dar vita a un testo estetico.
gennaio 12th, 2010 by Salvatore Zingale
Oggi, 12 gennaio 2010, le home page dei maggiori siti di informazione riportano – oltre alla politica, l’economia e le mille emergenze – notizie del tipo: “È morto a 104 anni l’uomo che alzava 280 kg con un dito”, “L’ippopotamo Nikica in fuga dalle inondazioni”, “Lo strip di Teri Hatcher fa impazzire il Web”. E di chi si tratta? Oppure ci sono le foto di Marrazzo “dopo lo scandalo”. E l’ennesimo scontro fra tram a Milano (una decina di feriti gravi).
Eppure ieri, oltre a Eric Rohmer (“Chi ha due amori perde il cuore. Chi due case diverse perde la ragione”) è scomparso anche Bob Noorda. Ma per trovare una notizia che lo riguardi occorre entrare nelle pagine milanesi.

Bob Noorda è uno dei più noti, importanti e amati “graphic designer” dell’Italia del secondo Novecento. Per quattro volte ha ricevuto il Compasso d’oro. Nel 2005 la Facoltà del design del Politecnico gli ha conferito la Laurea ad honorem. E’ stato anche un grande docente, a Urbino e a Milano.
Olandese di nascita (Amsterdam, 1927), Noorda ha contribuito alla storia del design italiano. Se siete entrati in una libreria, se avete passeggiato per una qualsiasi città della penisola, viaggiato per strade e autostrade, la sua opera in buona parte la conoscete già. I suoi marchi più noti: Pirelli, La Rinascente, Coop, Arnoldo Mondadori, Regione Lombardia, Agip, Touring Club e molti molti altri. E se a Milano avete preso la metropolitana, avrete di certo visto uno dei suoi capolavori: quel sistema di segnaletica sistemico e minimale (da scuola olandese, De Stijl e Bauhaus) eppure armonico e gradevole. Siamo nel 1962, Noorda ha 35 anni ed era a Milano da pochi anni. Viene chiamato a quell’incarico dall’architetto Franco Albini. Un progetto in sintonia con quegli anni, non d’avanguardia ma all’avanguardia, esportato poi in altre città, New York e San Paolo.

Nel ricordare quella semplice idea della linea rossa raccontava in un’intervista: “Abbiamo tirato fuori un nuovo sistema, diciamo, che è questa famosa fascia rossa della Linea 1, e per la Linea 2 la fascia verde, che porta solo le indicazioni della segnaletica per trovare la strada in questi ambienti e anche sulla banchina. Per esempio una novità: prima di allora c’era il nome della stazione indicato una volta sola, in mezzo alla banchina, e io invece ho proposto di ripetere il nome ogni cinque metri in maniera che uno che sta nel treno, ancora in movimento, può subito leggere in quale stazione sta fermando”.
Un capolavoro che da anni Milano lascia deperire come una delle tante fabbriche dismesse e ammalorate, mai rinnovata e da qualche anno scempiata con rifacimenti indivibili. Qualche anno fa, infatti, l’amministrazione della città capitale del design e della moda (ah, la retorica!) decise che occorreva dare un rinfrescata a quei cartelli anneriti. E incaricò qualcuno di passare una mano di vernice rossa. Di rosso lucido e scintillante, ovviamente. E poi ci incollarono sopra le nuove scritte, con caratteri adesivi.
Ma il rosso di Noorda non era scintillante e non era un rosso qualsiasi. Nemmeno le scritte – i caratteri – erano scelti a caso. Amareggiato, qualche anno fa ha dichiarato in un’intervista: “Io non so chi ha deciso di fare questa cosa, ho provato ma non riesco arrivare ad una persona, al responsabile, probabilmente hanno dato in mano tutto ad una ditta che ha tolto, pulito un po’ e riverniciato i pannelli”. E ancora: “C’è una mancanza delle parte pubblica, di chi è responsabile, non c’è una preparazione vera… Forse non si sono accorti che erano lucide le nuove insegne, o che questo fosse diverso. Se prendiamo l’identità grafica e di comunicazione del governo italiano non c’è nulla. Io sono olandese, e li tutti i ministeri hanno un’identità perfetta, sono molto avanti,quasi maniacali c’è sempre una volontà di essere nuovi, qui no. Comunque sia, è un peccato buttare via delle cose che hanno ancora un valore come questa segnaletica che è stata premiata con il compasso d’oro”.
Il suo rosso era invece opaco. Un opaco cercato, studiato, sperimentato: “Nel 1963, abbiamo fatto anche noi una prova con un bel rosso lucido, ma ci siamo accorti che con l’illuminazione che per forza di cose era parallela ai binari il riflesso sarebbe stato terribile, inoltre il lucido avrebbe evidenziato tutte le imperfezioni della posa dei singoli pannelli, e optammo per l’opaco, infatti ora si vede lo spessore delle scritte precedenti, tutto questo è spaventoso”. E il carattere non era preso da un campionario qualsiasi, come scorrere l’elenco dei font di un wordprocessor. Era l’Helvetica, ma fortemente modificato per adeguarlo a una maggiore leggibilità. Un’anticipazione progettuale di ciò che oggi è uno dei fondamenti della progettazione: l’attenzione all’usabilità, lo User-centered design. E ciò che all’inizio dei Sessanta era anticipazione, oggi è oggetto di studio in tutti i centri di ricerca del pianeta. Eppure ha fatto bella fatica ad arrivare nelle menti e sulle scrivanie dei funzionari della capitale del design: “Inoltre – continua Noorda riferendosi all’infausto restauro – hanno usato un carattere leggermente diverso senza considerare le spaziature originali del manuale, il tutto senza chiamarmi, forse pensano che io non ci sia più”.
Forse è per questo che, nemmeno un anno fa, interrogato da un giornalista del Corriere della sera sull’opportunità di ideare un logo per Milano, città dell’apparenza e dalla memoria storica sempre più scarsa, dichiarava senza pudore: “Un logo per la Milano di oggi? Ci ho pensato, ma non mi è venuto. Milano oggi non ha personalità”.
Un caro saluto a Bob Noorda.
gennaio 11th, 2010 by Ruggero Ragonese
La Medina, quindi. Termine che molto semplicemente indica ‘la città’ e che caratterizza, in particolare, le città di fondazione araba nel Nord Africa coma Kairouan, Tunisi, Algeri, Fez, Il Cario. Una forma urbana similare a quella della Medina è, però, riscontrabile in altre aree al fuori del Mediterraneo. Negli ultimi giorni è venuta tristemente alla ribalta la città di Sana’a come nuovo centro del terrorismo e come possibile bersaglio di una rappresaglia americana. Questa città, scelta da Pasolini per Il fiore delle Mille e una Notte e dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ha al suo centro (anche se sul concetto europeo di centro ci sarebbe da discutere) una struttura simile a quella della Medina.
Molte città mediterranee dell’Europa cristiana presentano un’area antica con un tessuto simile a quello delle Medine nordafricane (Palermo, Bari, Genova per limitarci alla sola Italia). Come sempre, insomma, è difficile stabilire i confini di una categoria urbanistica e ancora più difficile racchiuderli dentro un termine. Diciamo che, per brevità, ci occuperemo, facendo seguito all’articolo precedente, della Medina nella forma che si può recuperare oggi in alcune città nordafricane e in particolare tunisine.
Nell’articolo precedente abbiamo parlato del commerciante-predicatore e della Medina come della realizzazione di uno spazio urbano che più di ogni altro ne manifestasse il suo punto di vista. Al di là delle suggestioni lotmaniane, la città-medina si presenta, osservandone la mappa, come un insieme intricato di strade, cinte da mura (ancora visibili in molte città come Sousse o Kairouan), privo fondamentalmente di aree aperte come piazze o slarghi. Spesso inoltre, buona parte di questi vicoli, che difficilmente seguono un percorso rettilineo, si presentano coperti e pieni di negozi e bancarelle: sono i suq, cioè quelle vie, coperte e non, che fin dalla loro fondazione medievali erano destinate eminentemente alla vendita e al commercio di determinati tipi di beni. Avremo così il suq della lana, delle spezie, delle sete, dei tappeti. Spesso il suq era circoscritto a specifiche strade e rigidamente controllato, tanto da avere un sistema di porte che ne determinavano l’accesso.
Un turista, un viaggiatore, uno studioso vede, osservando una pianta di Sousse o di Tunisi o di Monastir, dunque, una rete di vicoli tortuosi, nessuna strada rettilinea, alcuni tracciati coperti. Infine, un luogo fortificato a ridosso della mura, la Kasba (Qasba), cioè una residenza fortificata cinta a sua volta da mura. Altre volte la Kasba, spesso erroneamente identificata con tutta la Medina, assume la forma di un castelletto con abitazioni residenziali e, nella penisola araba soprattutto, prende il nome di Ksar.
Quindi, l’osservatore occidentale di fronte alla mappa della Medina noterà, come principale differenza rispetto a coeve esperienze urbane medievali dell’Europa cristiana, la mancanza di una piazza. Prosaicamente e grossolanamente, possiamo senz’altro riconoscere come affine alla nostra esperienza urbanistica la successione non ordinata di vie non rettilenee che caratterizza le città europee almeno fino a tutto il Quattrocento (rimando al saggio di Franco Farinelli sulla via d’Este a Ferrara come primo esempio di via ‘moderna’). Possiamo altresì riconoscere nella presenza di castelletti fortificati a uso difensivo e residenziale una somiglianza con l’esperienza dei comuni tardomedievali italiani. Anche lì si rileva l’esperienza di piccole fortificazioni private interne all’abitato (basti pensare alle torri gentilizie bolognesi) che poi cedono il posto ad un unico e più imponente fortilizio edificato dalla famiglia più facoltosa e potente (il Castello sforzesco a Milano, quello estense a Ferrara etc.).
Resta, quindi, più di altre, questo a caratterizzare la Medina: l’assenza della piazza. A ben guardare, questa differenza ne fa seguire un’altra: la mancanza di un centro ben definito. L’individuazione di un centro è un dato fondamentale nella lettura della mappa moderna. La cartografia e l’urbanistica moderna hanno prodotto in Europa e in Occidente città che potessero ricondursi facilmente a un centro zenitale che permettesse all’occhio del lettore di avere un punto di partenza.
Le splendide mappe di Braun e Hogenberg (Civitates Orbis Terrarum, 1572-1589) sono il primo esempio di questo tentativo iconografico. La veduta a volo di uccello tende a scomparire a favore di una visione ortogonale che privilegia una osservazione che dal ‘centro’ si muova concentricamente verso la ‘periferia’. Così il centro geografico e cartografico viene a coincidere con il centro storico, culturale e religioso. L’immagine di Parigi è quella che forse meglio chiarisce il programma cartografico in atto: l’Île-de-la Cité si pone al centro di una città che si sviluppa intorno al suo nucleo più antico, e che si organizza intorno alle diverse mura che la circondano. In mancanza di una così complessa e icastica rappresentazione del centro urbano (il fiume, l’isolotto), la mappa individua il centro nella piazza con i monumenti principali il centro da cui fare partire il percorso del lettore (la mappa di Bruges è un buon esempio).

Braun e Hogenberg, 1572-1589, Paris

Braun e Hogenberg, 1572-1589, Bruges
Di fronte alla città di Tunisi, la cartografia di Braun e Hogenberg non riesce a riportare un ordine ortogonale alla visione complessiva della città e preferisce significativamente spostare il centro nell’unico elemento figurativo facilmente individuabile: il porto. E così i formanti eidetici della piazza, la curvilinearità, la posizione centrale, la rotondità completa dalla piazza vengono rappresentati nella distanza che corre fra Tunisi e il suo porto più esterno, la Goulette (ancora oggi luogo di imbarco e sbarco delle navi). Una serie di linee spezzate, ombrate e poco definite richiamano sullo sfondo del testo cartografico la città di Tunisi e la sua Medina.
Le mappe contemporanee, ovviamente, non si limitano a riprodurre il contorno confuso e lontano della Medina, ma da ormai un paio di secoli ci offrono spesso una rappresentazione dettagliata della Medina, intesa nella sua totalità come il ‘centro’ della città.

Braun e Hogenberg, Tunis e La Goulette 1574
Eppure, se oggi aprendo una Routard o una Lonely su Tunisi non ci troviamo più di fronte a contorni confusi, ci appare comunque una mappa difficilmente riconducibile a quelle dei modelli europei. I formanti tipici delle piazze e delle grandi vie (la rettilinearità, la regolarità geometrica, il bianco che rimanda alla mancanza di fabbricati) mancano e resta questo confuso dedalo di vie curve e tortuose. Tanto poco risponde alla logica cartografica occidentale la Medina di Tunisi (come anche altre del Nordafrica) che il suo orientamento topologico di lettura cambia nelle varie guide. A volte, nella carta la Medina ci viene presentata con una lettura che si muove orizzontalmente (il caso della carta Hachette), a volte con una lettura verticale (carta Lonely Planet). Così la città resta priva di centro e di piazze.

Hachette, Algérie et Tunisie, carta di Tunisi, 1923

Lonely Planet, Guida della Tunisia, carta di Tunisi, 2005
La realtà urbana della città è diversa dalle sue testualizzazioni cartografiche. La mappa riducendo le diverse città tende, inevitabilmente, ad usare un codice comune che riconduce lo spazio urbano a una serie di segni comprensibile al lettore. E’ un processo iniziato in Europa secoli fa, forse proprio con le carte Braun e Hogenberg, e sul quale gli studi di geografia hanno già da tempo versato fiumi di inchiostro e di analisi. Sta di fatto che la riduzione simboliche delle diverse realtà interne alle diverse città si evidenzia in modo particolare nella indicazione dei luoghi di culto. Nella carta di Roma, come in quella di Londra, nella carta di Calcutta come in quella di Istanbul, il luogo di culto viene sempre reso come un quadrato o un rettangolo più o meno regolare, differenziato cromaticamente rispetto agli altri riquadri lineari che rappresentano le abitazioni civili e segnato al centro dal simbolo della religione che si professa al suo interno: una croce per la chiesa cristiana, una mezzaluna per la moschea, una stella di David per la sinagoga e così via. In alcuni casi, una minoranza, piuttosto che il simbolo religioso si preferisce inserire il nome del luogo: chiesa di…, moschea di…
Nella costruzione della mappa, nella rappresentazioni delle figure valorizzate all’interno del tessuto urbano (chiese, palazzi, monumenti) i formanti plastici vengono standardizzati e quindi i singoli monumenti ridotti a un unico e specifico ruolo all’interno del testo. Eppure, abbiamo visto, seppur sommariamente, come la Medina era il luogo di un abitatore ibrido, di un fedele e di un commerciante, in cui sacro e profano si sovrapponevano e si intrecciavano. E’ questa duplicità che rende più comprensibile uno spazio urbano che difficilmente può essere reso con la codificazione cartografica standard.
In effetti, la Medina è una struttura policentrica (e questo in fondo non la differenzia di molto da molte città medievali europee), dove le diverse corporazioni di commercianti avevano il loro spazio all’interno della città, le loro vie, il loro suq e ovviamente il loro luogo sacro. Al contrario, però, di quanto accadeva, per esempio, nelle realtà comunali Toscane, non si costitutiva una grande piazza che rappresentasse i diversi potentati, le diverse famiglie e le diverse corporazioni spesso in lotta fra loro (si pensi a Piazza del Campo a Siena, o alle piazze delle città lungo la via Emilia). Questo non perché, come potrebbe sembrare aprendo una mappa contemporanea della Medina di Tunisi, non c’erano piazze o slarghi in mezzo alle vie, ma perché ogni suq aveva una sua piazza, un suo slargo d’incontro: questo slargo, questa piazza era, semplicemente, l’atrio interno alle singole moschee sparse nella Medina.
Quello che le mappe e le guide non sono riuscite a rendere nella loro testualizzazione dello spazio urbano è la peculiarità della Medina di delegare all’interno del luogo di culto, del luogo sacro, l’apertura, la piazza. Cosa questo comporti, cosa questo implichi e come questo si strutturi sarà argomento del prossimo articolo.
gennaio 9th, 2010 by Ruggero Ragonese

Tra i tanti e ricorsivi luoghi comuni sull’Islam uno particolarmente interessante riguarda la storia del proselitismo di questa religione. La questione su come si sia diffuso l’islamismo in un’area enorme che va dall’Oceano Pacifico all’Atlantico non sembra riguardare oggi i nostri commentatori politici e lascia il posto a enunciazioni di principio secondo le quali “i fedeli islamici non possono convivere con altre religioni”, “l’islamismo non può adattarsi fuori dalla sua area di influenza” (cioè suppongo il Medio Oriente e l’Africa del Nord). L’ultima versione ce la dà Giovanni Sartori in un articolo di qualche giorno fa sul Corriere della Sera: “La domanda è allora se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C. in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorporazione etico-politica (nei valori del sistema politico), in società non islamiche. La risposta è sconfortante: no.”
Certo, storicamente, almeno qualche secolo fa, grossi problemi di adattamento non sembra averne avuto riuscendo in poco meno di cinquant’anni a invadere ed ecumenizzare le cristianissime regioni del bacino meridionale del Mediterraneo, islamizzando dal Marocco alla Siria, un’area che per secoli era stata prima d’influenza greco-romana e poi cristiana.
I soliti commentatori, e qui il luogo comune, ricorderanno prontamente che quella fu una islamizzazione forzosa, frutto di una conquista cruenta che spense con la forza le fedi contrarie. Ovviamente, non fu solo così e la storia della conquista e dell’espansione della fede islamica meriterebbe ben altro approfondimento. Ma se diamo per buono che la conversione attraverso la spada abbia riguardato la prima Jihad e le prime conquiste arabe, resterebbe da spiegare come l’islamismo si sia diffuso, fino a divenire maggioranza, anche in regioni non direttamente conquistate e anche su coloro che successivamente sono stati i vincitori e i nuovi invasori.
La religione islamica ha fatto milioni di proseliti nei secoli in regioni lontanissime come l’Indonesia, come il Bangladesh, nelle steppe mongoliche e nell’Africa centrale, zone non direttamente controllate dall’Impero Arabo prima o da quello Ottomano, poi (dal Califfato, insomma). Popolazioni come quelle turche o quelle mongole, conquistatrici dell’impero Arabo, si sono convertite all’Islam (esattamente come successe per i barbari invasori di Roma). Carlo Felice Casula in Storia Contemporanea, edizioni Donzelli, ricorda che “l’espansione dell’Islam procedette anche pacificamente”. Convenienze storiche, politiche, culturali hanno permesso l’espansione di questa fede, al di là dell’effettiva fortuna militare dei suoi sostenitori.
Fra i principali artefici di questa espansione, come ricorda sempre Casula, ci sono “i commercianti”. Lungo la via della Seta, per le rotte marine del Mediterraneo o del Golfo Arabico, fino alle isole Indiane e alle savane subsahariane instancabili mercanti hanno, di fatto, insieme ai veneziani, messo in atto un processo economico fiorente che per secoli, prima e dopo il Mille, ha strutturato un sistema culturale e sociale. Questi stessi mercanti sono stati capaci, spesso, di convertire al loro Credo migliaia di persone e intere popolazioni. I commercianti arabi sono stati per l’Islam, quello che i martiri sono stati per il cristianesimo. Viaggiatori capaci di rendere su carte e ridefinire il mondo conosciuto, intenti a intessere ricchi traffici internazionali di ori e stoffe e, insieme, fedeli propugnatori dell’insegnamento divino. E’ una banalità storica che oggi, però, ci sorprende di fronte all’idea corrente che abbiamo dell’Islam. Perché è difficile pensare, in tempi di nuove Guerre sante, attentati e terrorismi veri e presunti, che uno degli attori principali delle fortune della religione di Maometto possa essere stato un gioviale commerciante. Per carità, non che lo si voglia qui idealizzare, sono gli stessi commercianti musulmani che per secoli si sono dedita a rinverdire i fasti della tratta degli schiavi romani. In ogni modo, però, l’idea che buona parte della diffusione di questa fede, oggi spesso dipinta come chiusa, settaria, violenta, possa essere stata affidata all’opera molto laica e profana del mercante colpisce e appare molto moderna.
Il cristianesimo ha negato fin da quasi subito questa ibridazione di pratiche all’interno di uno stesso soggetto: il ‘convertito’ e ancora di più ‘il predicatore’ era un ruolo dominante ed esclusivo. Colui che si faceva ‘ministro di Dio’ abbandonava le pratiche precedenti in modo definitivo. Matteo rinuncia alla sua attività di pubblicano per seguire Gesù e così fanno Pietro e Andrea che diventano ‘pescatori di uomini’: è evidente la non sovrapponibilità delle due azioni. Il commerciante-predicatore musulmano appare come il risultato di pratiche diverse, ma sovrapponibili: trasporta beni materiali e immateriali e li vende con la stessa maestria.
Lotman, nel bellissimo e citatissimo saggio sulla città (“L’architettura nel contesto della cultura”), ci ricorda che “La coscienza, sia individuale sia collettiva (cultura) è spaziale. Si sviluppa nello spazio e ragiona con le sue categorie. Il pensiero estrapolato dalla semiosfera creata dall’uomo (nella quale rientra anche il paesaggio creato dalla cultura) semplicemente non esiste.”
Così l’agire del soggetto si definisce e definisce sempre uno spazio: “Il punto di vista (il vettore di orientamento spaziale) di Pietroburgo è lo sguardo di un pedone che cammina in mezzo alla strada (il soldato in marcia).” Allo stesso modo, lo spazio del commerciante/predicatore è invece tortuoso, labirintico, procede per contrattazioni e mediazioni, per vie conosciute attraverso la reiterazione di percorsi, attraverso la perdita e il ritrovamento di una strada: è lo spazio della Medina araba. E della Medina araba, dei suoi percorsi suggeriti e della sua ideologia sottesa, mi ritroverò a parlare nel prossimo intervento su questo blog.
Ruggero Ragonese
gennaio 8th, 2010 by Giampaolo Proni
Taccio nome dell’autore e titolo e persino argomento: ci conosciamo tutti e si rischiano amicizie, carriere ecc.
Ma mi sembra giusto raccontarlo. Mi chiede un appuntamento la figlia di un amico che frequenta un Corso di Laurea in cui vi è un insegnamento di semiotica. Ha difficoltà e chiede qualche consiglio. Mi è già capitato, lo faccio volentieri. Non influisco su alcun risultato, non dò lezioni, solo qualche professorale suggerimento. Mi sottopone i libri da portare all’esame. Assommano a circa 1.000 pagine. So che questo è già un indizio, ma è significativo, non posso trascurarlo.
Scorro gli indici e leggo qua e là, alla fine conversiamo per oltre 90 minuti, i più li passo leggendo e cercando di spiegare il significato del testo. A volte faccio fatica, devo rileggere, ridire, riformulare. Lo stile è involuto, alterna metafore a termini semiotici molto specifici. Spesso l’autore fa riferimento a posizioni di altri, criticandole e proponendo soluzioni alternative, ma non vi sono citazioni né nomi; nebulosamente scorgo il profilo di alcune teorie. Spesso le revisioni -proposte dopo pagine di sottili distinzioni- deviano così impercettibilmente dalla dottrina criticata da apparire quasi indistiguibili, se non per una farraginosa ri-enunciazione in un idioletto difficoltoso e incostante ad un tempo. Testi forse interessanti, ma molto difficili, oscuri, pieni di concetti semplici, a volte banali, espressi in modo barocco e involuto. Del tutto inadatti a un uso didattico. Francamente, assegnati a uno studente nel 2010, semplicemente crudeli.
Ricordo, negli anni ‘70, quando -come molti di noi- mi innamorai della semiotica di Umberto Eco, l’entusiasmo con il quale si salutava un nuovo modo di scrivere, uno stile aperto, semplice, rispettoso del lettore, alcuni dicevano (osando) ‘americano’… Una saggistica brillante, colta, illuministica, in cui bibliografie esaurienti e internazionali, un apparato di note robusto, una suddivisione razionale e chiara in paragrafi e sottoparagrafi, sorreggevano una indagine condotta sempre con tensione e arguzia, ampiezza di visione culturale e fervore nel costruire una nuova disciplina. Ogni nuovo libro di Eco era un piacere, per noi giovani appassionati dei segni, e mai si sentiva dire che non si potesse capire o che fosse oscuro o che esuberasse dai limiti di buon senso in quantità o modo.
Certamente, Umberto resta un maestro nella scrittura saggistica italiana, non si pretende di superarlo.
Ma cosa potevo dire alla simpatica matricola? Pensare alle mille pagine di acqua -se non calda- tiepida, che si doveva sorbire mi ha riempito di tristezza. Per la prima volta, di fronte a un esame della mia disciplina, che ho praticato per circa 35 anni, non ho potuto che dirle “Porti pazienza, legga, veda se può capire, come vede, anch’io faccio fatica. Certamente i suoi colleghi non potranno superare di molto la comprensione che ne ha avuto lei. Vedrà che l’esame in qualche modo lo passerà.”
Desolante. Ovviamente non generalizzo. Ci sono autori italiani che riescono a produrre testi di semiotica chiari, se non appassionanti almeno capaci di portare a una conclusione, e a volte persino utili. Francamente, di rado memorabili, ma questo non lo si può pretendere. Tuttavia, credo che questa disciplina volga pacatamente e debolmente verso l’estinzione. Verrà in qualche modo -probabilmente- smembrata tra sociologia, linguistica, filosofia del linguaggio e logica, magari antropologia e ovviamente marketing. E’ il marketing oggi il mare magnum in cui le scienze umane vanno ad immettersi. Ma di questo, magari, in un altro momento.
gennaio 6th, 2010 by Salvatore Zingale
Il post di Giampaolo da Berlino mi riporta indietro di un paio di decenni, quando a Berlino, nel 1984, gli amici mi portarono al KaDeWe – oltre che alla Philarmonie, al Mauer, alla Neue Nationalgalerie di Mies, eccetera.
KaDeWe sta per “Kaufhaus des Wenstens”: “Grandi magazzini dell’Ovest”. Appena messo dentro il primo piede mi sembrò il paese della cuccagna. Niente a che vedere con le pur grandi “Kaufhäuser” che conoscevo a Francoforte e in altre città. Dentro c’era di tutto. Un lusso. Intere boutiques d’alta moda. Ristoranti. Forse anche una pizzeria. Vendite di pesce fresco come fossimo sul mediterraneo. Macellerie e panetterie. Sette piani, otto piani. Eccetera. Ma più che l’immagine di questa interminabile moltitudine di merci, ricordo una cosa piccola. Un barattolo che qualcuno mi fece notare sullo scaffale delle carni inscatolate. Rotondo. Giallo. O rosso? arancio? Non importa. Importa ciò che cosa c’era scritto su: Löwenfleich. Carne di leone.
In epoca post-coloniale e pre-globalizzata, sarebbe stato un bel souvenir. Ne volevo comprare due confezioni, una da esibire l’altra da custodire. Ma le mie deboli tasche mi dissero di no, costava troppo. Neanche una. Quanti marchi? Non ricordo. Negli occhi mi rimane solo il muso di un leone dentro un cerchio. Più o meno come quello della Metro Goldwyn Mayer.
gennaio 6th, 2010 by Ruggero Ragonese
Tutti dizionari etimologici, purtroppo, concordano nel dare al termine ringhiera una derivazione univoca e perfino il Battaglia, ultima risorsa ed extrema ratiodell’ermeneuta lessicale ci tradisce e si accoda: ringhiera viene da arengo (stessa radice di arringa) mutazione, pare, del termine gotico *Hari-Hring che significa spiazzo circoscritto. Quindi la ringhiera viene da lì, da un piccolo ovale chiuso dove qualcuno parlava agli astanti. Certo, gli studiosi della lingua ci concedono un rapido accenno alla comune assonanza con l’arena latina, ma è ben poca cosa per chi era in cerca di svolazzi linguistici: l’elemosina al mendicante.

Una ringhiera a Milano.
A noi l’etimologia pareva chiara, bella e lampante: ringhiera da ringhiare. Una ringhiera che ringhia è già di per sé un’immagine bellissima, a metà fra la poesia e la settimana enigmistica, ma se si va a vedere il significato esatto di ringhiare (dal latino ringi) c’è molto di più: ringhiare è l’atto di “mostrare i denti con rabbia”. La ringhiera quindi ringhia e, in effetti, tutti i ballatoi dei cortili milanesi sembrano coperti da questi denti dritti, fatti di ferro arrugginito, che mostrano con rabbia le loro gengive a balaustra. La ringhiera ringhia, mostra i denti e difende il suo territorio. Ringhiare e ringhiera ci sembrano fatti per stare insieme e per rimandarsi l’un l’altro, ma a volte la scienza filologica spegne le più belle unioni.
La tentazione è di chiuderla qua: in una rivista che si occupa di immaginario la nostra figura l’abbiamo fatta; abbiamo evocato qualche oggetto mitico-poetico (i denti, le sbarre di ferro), proposto congiungimenti inesplorati: possiamo andare a casa. Qualche parola, però, da spendere c’è ancora.
Seguendo la sua etimologia certa, quella proposta dai dizionari, la ringhiera, prima, è uno spazio chiuso da frammezzo (l’arengo), poi, è il frammezzo stesso, suddiviso in colonnine o ‘poggioli’. Il nuovo uso è attestato nell’Architettura Civile (II, 26) di Serlio: “Li poggioli altri li dicono pergoli, altri renghiere”. Si trattava, quindi, di un insieme di poggioli che, presumibilmente, dovevano essere in marmo o in pietra e che sostenevano le balaustre nei balconi. Quindi, la ringhiera è, all’origine, un elemento architettonico nobile e tale appare ancora a Milano in certi vecchi edifici che nei secoli hanno perso i bei “poggioli” in marmo per sostituirli con le più comuni colonnine di ferro. In via Vigevano, una abitazione signorile del Quattrocento mette in bella mostra sul prospetto principale le assi di ferro che chiudono, a balcone, gli ampi loggiati.
Ben presto, la necessità di preservare gli spazi pubblici dalle intemperanze di avventori e spettatori non permette di guardare per il sottile e le ringhiere perdono i loro ‘poggioli’ serliani e diventano frammezzi per riparare o limitare palchi, palcoscenici e arene. Doveva essere una definizione già chiara nel Settecento se Passeroni, poeta milanese, ci lascia queste rime:
Vi furon più di diece
Tal fu il rider che si fece
Che le logge e la ringhiera
Innaffiaron di maniera
Che il teatro la mattina
Tutto sapea d’orina
Certo, però, la ringhiera diventa elemento del paesaggio urbano e assume le forme che oggi le riconosciamo solo nell’Ottocento con la grande trasformazione cittadina. Milano diviene città industriale e aggrega pian piano i “Corpi Santi” cioè i territori fuori porta che stringevano il vecchio centro storico. L’espansione, iniziata intorno al 1850 e ufficializzata dal piano regolatore del 1873, crea i nuovi caseggiati: edifici quadrati con un cortile al centro. Come ci ricorda Cherubini, autore, proprio in quel periodo, di un dizionario Milanese-Italiano, le ringhiere si trovano “fuori dalle facciate esterne di un edificio o interne con isponde dattorno” e servono “per passare per di fuori da una ad altra abitazione, o per girare attorno all’edifizio”.
La ringhiera permette di guadagnare spazio, elimina il problema dello scalone interno e dei pianerottoli. Più spazio più case popolari. Fuori Porta Ticinese, in via Paolo Sarpi, ai Navigli, le abitazioni si affollano e si comprimono tanto da utilizzare ponti (provvisti ovviamente di ringhiere) per collegare un ballatoio all’altro. Queste piccole lingue in muratura e ferro ci danno ancora la misura di una città che stava diventando, alla fine del secolo XIX, aerea, cercando spazi verso l’alto, e che così facendo si accodava (unica, allora, in Italia) alle costruzioni edilizie delle grandi capitali europee, Parigi e Roma su tutte. In corso S. Gottardo si possono vedere ancora queste ringhiere sospese nel vuoto; in corso di Porta Ticinese le ristrettezze urbanistiche impedivano, a volte, la creazioni di cortili e su delle vie strettissime si confrontavano a destra e a sinistra file di ballatoi.
L’espansione urbanistica, che attraverso la ringhiera aveva avuto modo di avvicinarsi ai celebri modelli d’oltralpe, creando nuovi quartieri per il nuovo proletariato, riusciva, grazie allo stesso elemento architettonico, a sfuggire alle immagini della miseria e della disperazione cui rimandavano le descrizioni di Parigi e di Londra lasciate da Sue e Dickens. Non che a Milano il proletariato se la spassasse, tutt’altro, ma la ringhiera gli garantiva l’ora d’aria. Sempre ricorrendo al dizionario di Cherubini, si può intuire come questa servisse “per dar luogo agli abitanti di ricrearsi all’aria aperta o goder la veduta della strada.”Si costruiva così un ‘cortile per ogni piano’, un cortile stretto e limitato, ma pur sempre uno spazio dove poter piazzare una sedia (anche solo per pochi minuti) e vedere l’esterno, osservare qualcun altro, incrociare uno sguardo o un saluto. L’interazione era (ed è) obbligatoria in una casa di ringhiera, e anche nelle sere invernali, chiusi nei propri appartamenti, capitava (e capita) di veder passare il vicino che si dirige verso la porta accanto. Quel che diceva Cherubini non doveva essere peregrino e, cento e più anni fa, la ringhiera doveva essere il luogo delle libertà e della fantasia, se anche De Marchi ci ricorda che “usciva alla ringhiera a respirar dell’aria”.
I tempi cambiano i luoghi comuni e parlare di ringhiera oggi, scomparso il proletariato, scomparsa la Milano industriale, scomparsa l’espansione urbanistica può sembrare operazione da guida storica alla città che fu, da Milano d’un tempo. Ma basta fare un giro per i quartieri che furono il centro della nuova Milano di fine Ottocento per capire che non è così. La lenta deglutizione delle vecchie case a ringhiera che, digerite, venivano trasformate in moderne unità abitative a otto-nove piani, si è fermata alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Le ringhiere e i cortili rivivono una nuova stagione di interesse urbanistico, vecchie case vengono rimesse a posto e si trasformano in eleganti edifici residenziali che i proletari di ieri e di oggi difficilmente si potrebbero permettere (ve ne è un bell’esempio in via Giannone). La restaurazione, però, non ne modifica le implicazioni semiotiche e a pragmatica della comunicazione.
La ringhiera è l’esaltazione dell’intermittenza e del singhiozzo. L’osservatore che guarda dal basso vede l’amico, l’amante, lo sconosciuto scomparire negli antri bui dei pianerottoli interni per poi riapparire miracolosamente sulla soglia del ballatoio d’accesso al piano, così per ogni livello, fino all’ultima soglia, quella dell’uscio di casa, dove la figura scompare per entrare nell’inaccessibile privato. A volte, la scala si inerpica con perentorietà dal cortile verso l’alto e si insinua dentro una volta scura, senza luce, da fare paura ai bambini (si vedano certi vecchi fabbricati in via Ascanio Sforza o in Ripetta di Porta Ticinese). Ma al mistero segue subito la luce del ballatoio del primo piano e delle porte degli appartamenti.
Lontana delle false promesse delle coperture in vetro, che oggi sono molto in voga e che illudono di far vedere in trasparenza tutto ciò che accade all’interno dell’edificio, la ringhiera è intermittente anche nelle informazioni. Lascia all’abitante la scelta di esporsi e impedisce una visione completa all’osservatore, disturbato dalle sbarre. Oltre la porta di casa, tutto è visibile, ma non esposto completamente; la scopa, lo straccio, la sedia, la signora mantengono qualcosa di lontano, di non concesso, di privato.
Dopo oltre un secolo le ringhiere superstiti guardano all’esterno ringhiando, mostrando i denti, strenue protettrici di un’idea di città ancora basata sugli spazi ‘intermedi’, mediazioni fra pubblico e privato.