Le scale del deficiente e le soglie di Genette

Giusto l’altro ieri, a poco più di una settimana dall’apertura, arriva il primo post sulla pagina Ocula su Facebook. L’autore è anonimo. È arrabbiato con il suo telefono cellulare, perché ci mette mezz’ora a scaricare due foto, fra cavo USB e driver da scaricare. Ed esclama, il nostro amico: “Serve una semiotica critica delle interfacce!!! Ma kattiva”.

Giusto. Merita una risposta, mi son detto. Anche se, in questo caso, mi affido più a una serie di libere associazioni.

Infatti, questa voglia di una semiotica “kattiva”, con la K dei bei tempi del ’77 (“Okkupazione!”), mi ha fatto venire in mente che proprio su Facebook c’è ancora, seppur dormiente, un gruppo che si chiama “Scale della Bovisa: il progetto di un deficiente”. Un titolo kattivo.

Ma di che si tratta? E la critica semiotica dell’interfaccia?

Si tratta di questo:

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Una scala dai gradini (gradoni) larghi. Tanto larghi che a guardare le persone salire e scendere (centinaia al giorno) ti sembra di vedere una colonia di sciancati. Sono scale sulle quali ti tocca fare il passo più lungo della gamba. O a fare un mezzo passo. Sono scale costrittive: quando le percorri, ti rendi conto che non sei più tu a muoverti nello spazio, ma è lo spazio (in questo caso quello della pedata, ossia dove si appoggiano i piedi) che ti guida in una danza traballante.

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Ecco, anche le scale sono interfaccia. Non si cliccano, ma si calpestano. Del resto il successo del touchscreen è anche questo: riportare i gesti di interazione con gli e sugli oggetti al livello più basico, quello del toccare. Toccare e provocare. Toccare e modificare. Toccare e far accadere. Il mondo artefattuale è pieno di interfacce. Facce delle cose attraverso cui entri nelle cose, o che per lo meno ti permettono di comprendere il modo di farne uso. E tutto, prima o poi, si tocca. Anche le facce degli altri, nell’intimità.

Già, che saremmo noi senza faccia? E che sarebbe un’automobile senza cruscotto? E un computer senza monitor? Apple sta togliendo tutto, dal computer. Via il floppy, via il cd, via tastiera e mouse, via i fili e ogni corpo separato. I suoi post-computer sono (quasi) solo screen. Che poi screen non è solo lo schermo, è anche un paravento o un muro divisorio; qualcosa che copre e che protegge, che permette di controllare: to be screened.

Lo screen – specialmente se touch – è forse l’artefatto che meglio rappresenta tutti gli artefatti: perché è un dispositivo di accesso, di passaggio e di mediazione, di traduzione. Anche l’idea di affordance ci riporta al varco e al guado (the ford). Le scale sono oggetti-luoghi di accesso e traduzione. Così come lo è un peritesto, ciò che invita e intruduce al testo, come la copertina di un libro, il lembo di una confezione, un cartello segnaletico.

E già, noi semiotici mica le abbiamo pensate male. Ricordate il paratesto, il peritesto e l’epitesto? (http://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto). Ricordate le soglie di Gérard Genette? (http://it.wikipedia.org/wiki/Soglie). Scale, porte, paraventi, segnaletiche e schermi sono tutte soglie. Il design della comunicazione, in fondo, è design dell’accesso.

Ecco allora un campo in cui la semiotica non ha da essere solo kattiva. Può perdere la K, diventando attiva. Una semiotica che fa e che fa fare. Che sa operare, o che sa dire come operare, come maneggiare le cose, come pensarle pensando a che cosa accade una volta che vengano maneggiate.

L’ignoto (spero per lui) progettista delle scale della Stazione Bovisa, quello che si è beccato del “deficiente” su FB, questo soggetto ignoto (ma temo che si tratti di più soggetti) non è solo un progettista che fa male. È un progettista che non ha pensato le cose che progettava. Cioè non pensa le cose che pensa.

Fine delle libere associazioni.

Ambiente e linguaggi 2: nuovi razzismi e nazismi??

0. Ambiente e linguaggi: allarme globale neo-razzismo?

Qualche tempo fa, su questo blog, uno degli autori, Salvatore Zingale, ha pubblicato un interessante post riguardante il tema (e relativo convegno) delle possibili azioni di comunicazione, attraverso i vari media, che possono essere portate avanti per “salvare il pianeta” e il suo ambiente.

Ho pensato allora di riprendere quel titolo su un “allarme globale”, dato che, parallelamente al tema, fondamentale, dell’ambiente “naturale” di vita e dell’inquinamento, c’è un altro tema “ambientale” strettamente correlato al primo.

C’è anche un altro “ambiente”: anch’esso soggetto a forme di inquinamento e a pericolosi contagi; e in cui si rischia talvolta di trovare un clima terribile e da un’aria irrespirabile. E’ l’ambiente delle situazioni sociali e dei nuovi rapporti culturali; in cui però si diffondono le fobie antiche, le tensioni delle nostre città, le loro sindromi e pericoli della vita di tutti i giorni: i razzismi, la costruzione dell’”altro” come nemico. L’identitarismo come possibile forma di avvelenamento; e, al contempo, l’attivarsi di un tipico meccanismo detonatore: la paura.

1. Vittime del razzismo e parole razziste.

Di recente  si è sviluppato, sul web e, in parte, sulla carta stampata, un forte dibattito sul tema del “nuovo” razzismo, o di un ritorno di razzismo. In particolare, dopo la strage di dicembre 2011, a Firenze, con l’uccisione e il ferimento dei poveri giovani ambulanti senegalesi (Samb Modou, Diop Mor, Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike) ad opera del neonazista Casseri. Per questo motivo, il terribile episodio di assassinio razzista si è presto collegato ad una questione: quella della persistente presenza in rete di siti internazionali di cultura nazista e fascista. Ma è questo “il solito problema” che periodicamente si ripropone? Vediamo.

Ad esempio, ha suscitato scalpore la notizia del sito nazista Usa (Stormfront) ospitante un forum che ha pubblicato, sulla scia delle notizie legate agli omicidi e i ferimenti di Firenze, dichiarazioni a favore e in onore del killer di Firenze, acclamandolo come “eroe bianco” contro i “senegalesi che invadono Firenze”; pubblicando inoltre vere e proprie “liste di proscrizione”, indicando chi colpire  fra politici, giornalisti, magistrati, sacerdoti, così come persone che lavorano nel mondo della cooperazione e del volontariato, o di aiuto agli immigrati. Di questo sito è stata chiesta la chiusura (vedi per un approfondimento http://www.lettera22.it/showart.php?id=11988&rubrica=12). Ma si sa che quasi non ha senso chiedere la chiusura di siti web: è davvero così, dato che, per definizione, le fonti della comunicazione in rete sono mobili e plurime? Tuttavia contro-campagne di sensibilizzazione sarebbero forse possibili?  O, ancora, è da ricordare il caso del professore di filosofia di Torino che ha lanciato attraverso Facebook, oltre alla sua ammirazione per il killer di Firenze, proclami neonazisti con tanto di minacce di strage alla sinagoga.

Il caso del massacro di Firenze e del sito Stormfront è stato commentato anche dai media internazionali: si veda, ad esempio, l’articolo, ripreso da “Internazionale” (23/29 dicembre 2011), di Annette Langer, di Der Spiegel (http://www.spiegel.de/international/europe/0,1518,803938,00.html ). La giornalista insiste anche su un altro punto: domandandosi se Casseri fosse o meno “un cane sciolto”, anche se si considerava simpatizzante di CasaPound. Annette Langer, a proposito del caso Casseri, parla di ” ‘Fascist Delirium’ Online”.  E sottolinea: “Meanwhile, Casseri has been become a hero of the right-wing extremist scene in the country, praised as a true Italian and a ‘white hero’ worthy of renown and respect on the racist website stormfront.org. Casseri ‘cleaned up,’ a task for which he deserves thanks, a statement on the website read. A support group on Facebook entitled ‘Gianluca died for us’ has already been ‘liked’ by more than 6,000 users. Comments include this one: ‘Florence was only the beginning. We’ll clean up all of Italy.’ A ‘fascist delirium’ has broken out in the country, daily La Stampa wrote on Wednesday. For right-wing extremists, the reasons behind the killings are obvious. The situation has long been unbearable, the multi-ethnic society ticking ‘like a time-bomb about to explode,’ anti-Semitic website NonConforme wrote.”

Tuttavia, qual è, in questo caso, il vero nodo problematico, al di là del terribile caso Casseri, o di casi che possono sembrare episodici e, appunto, periodicamente emergenti, di odio razziale e di propaganda neo-nazista?

La giornalista Langer sottolina come, più in generale, sia in atto una trasformazione, da tempo, nel mondo dell’ultradestra. Il “modello CasaPound” è guardato, dice Langer, con interesse dai gruppi di destra in Europa, e in particolare in Germania. Modello che sembra attirare proprio per i suoi caratteri di originalità: nella capacità anche di costruire una estetica relativamente nuova, rispetto agli stili tradizionali della estrema destra (nei siti e nello stile comunicativo), considerata ora come “vetero-destra”.

Da un lato, il modello CasaPound riprende (oramai da tempo) certi caratteri, sia iconografici, che di azione (occupazioni di case per scopi sociali, ecc.), “da centro sociale” (si veda l’omonimo sito). Dall’altro incrocia, invece, sul piano dei contenuti, riferimenti alla cultura e all’economia del ventennio fascista, degli “anni ‘20 e ‘30″ senza però mai parlare esplicitamente di fascismo, ma di linee di pensiero avanguardistiche – in vista di un modello “neo-nazionalista” e di alleanza fra nazioni “amiche” – con un linea che, secondo CasaPound, parte da “un’Italia sociale e nazionale, secondo la visione risorgimentale, mazziniana, corridoniana, futurista, dannunziana, gentiliana, pavoliniana e mussoliniana.” Facendo riferimento al modello sociale-economico del fascismo, senza, appunto, quasi mai citarlo direttamente; occhieggiando all’anticapitalismo, all’antiglobalismo. alla necessità di controllare le banche e l’economia finanziarizzata. Fino ai riferimenti al “cancro dell’usura”, tema centrale, come noto, dello stesso Ezra Pound.

Non c’è più svastica o fascio, ma una tartaruga stilizzata. Cut and paste della tradizione della destra, camouflage e ibridazione di temi; video, giovani, e remix di questioni sociali. Più un programma ispirato all’economia autarchica.

Ad ogni modo, se quella della capacità mimetica, di trasformazione e di gestione dei simboli della comunicazione dell’estrema destra, e del suo relativo appeal – in questi giorni Casapound, dopo le polemiche sul nome del poeta ha preso provvisoriamente in prestito il nome di Carmelo Bene –  è, si dirà, comunque settoriale e marginale, in grado di parlare e di avere effetto, forse, più “sui suoi membri”, ecco che una questione ben più ampia sembra emergere: quella relativa ai modi di diffusione di certi linguaggi. E, soprattutto, a quali concatenamenti culturali e sociali si legano queste forme linguistico-semiotiche. E, ancora, di quale clima culturale questi linguaggi possono fare da cassa di risonanza o, meglio, da sottofondo.

Dunque, quali sono i fili principali che si intrecciano all’interno di tale questione? E perché alcuni di questi fili sembrano essere interessanti proprio per un occhio critico e di analisi semiotica dei media: più in generale, di analisi dei modi di costruzione dei significati sociali e culturali?

Intanto, da un lato, il dibattito, subito dopo i tragici avvenimenti di Firenze, si è subito incentrato su una questione, piuttosto usuale:  quella relativa alle “parole” del razzismo.

In molte discussioni e blog, (fra i quali, ad esempio, “Dis.amb.iguando” di Giovanna Cosenza), si è parlato di questo. Ed è stata ripresa la puntata della trasmissione “l’infedele” con l’intervista ad Umberto Eco sulla figura del killer nazista di Firenze: in particolare sul profilo negazionista e legato alla cultura “simbolico-tradizionale” (di ispirazione para-evoliana); intervista che, fra l’altro, ha suscitato la reazione del leghista Salvini, presente in studio, a proposito degli accostamenti fra cultura della Lega e razzismo. (http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/12/21/eco-e-salvini-a-linfedele-su-leghisti-e-razzism/#comment-13822).

Su questo tema c’è stato anche un approfondimento molto interessante, in particolare di Wu Ming 4,  sul sito dei Wu Ming, Giap (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=6365): un vero e proprio saggio, con analisi e commenti, riguardante le “misletture” di Tolkien da parte di un certo filone della destra radicale, interessato ai miti della “ricerca della Verità”. Secondo Wu Ming, Tolkien viene “ri-letto” e “rimontato” proprio per mostrare come all’interno della sua narrativa si potrebbero trovare motivi e temi cari ad una cultura e mitologia “tradizionalista” e filo-nazista. Niente di più falso, secondo gli studiosi di Tolkien.

In ogni caso, più in generale, quello che qui comunque è rilevante non è tanto il fatto che molte di queste forme di circolazione sub-culturale (idea di “tradizionalismo”; legame con il pensiero di Evola, la ricerca della Vera Verità nascosta fra le pieghe della storia e della letteratura) è, anche, certo, paccottiglia rivenduta cotta e ricotta. Piuttosto essa, con il suo modo di alludere ai contenuti di razzismo e nazismo, più o meno celato, la si ritrova in rete con una sua certa capacità di diffusione (si veda il blog:  http://traditionalistblog.blogspot.com, con anche un riferimento a Casseri e alla sua produzione saggistica e, di recente, letteraria: “For Casseri, the important clash seems to have been that between Tradition and Modernity. And the important narrative may have been that of the warrior, Casseri’s interest in whom may owe something to Evola. This may help to explain his actions, but it does not explain his targets.”). Il killer Casseri aveva scritto un pamphlet (”I protocolli del Savio di Alessandria”) contro il libro di Eco “Il cimitero di Praga”, proprio sull’interpretazione dei “Protocolli dei Savi di Sion”, dando di essi una sorta di lettura profetica sul presente.  Ecco che, in qualche modo, ci si trova di fronte ad una una sorta di articolazione politico-culturale e comunicativa di questi temi e argomenti: una sorta di rete nella rete che, certo, nelle nicchie, si avviluppa su se tessa; ma che lancia segnali all’esterno che talvolta risuonano con le situazioni attuali.

2. Le “parole” del razzismo?

Dicevamo che uno dei punti di discussione è stato quello, piuttosto tipico,  delle “etichette” utilizzate dai media, in questi casi: le vittime erano “dei senegalesi”: molti giornali lo hanno subito scritto, cosa del resto abbastanza usuale, come il dire “ambulanti senegalesi”, o “degli albanesi” o, molto peggio, quando si dice “dei clandestini”. O ancora “la polacca” violentata. O i “rumeni” che hanno fatto “questo o quest’altro”. E di qui sono partite le critiche.

Certo, si tratta di una questione fondamentale: quella degli stereotipi e del loro uso e abuso nei media. Ma non è tanto, o solo, l’etichetta in sé ad essere razzista, è ancora una volta la connessione fra livelli che produce il significato. Se ovviamente dico, i “poveri senegalesi” non sono razzista, ma al massimo ricado in uno stereotipo di tipo discorsivo, di uso comune; di stile semplificato di discorso, dato che non direi “i poveri bolognesi” o “milanesi” vittime di…o protagonisti di …Dunque è un problema non tanto (ovvio) di contesto e di etichette in sè; quando di uso, ripetiamo discorsivo dei termini: di come le parole si concatenano fra loro. Certo, davvero ci vorrebbe parecchia più attenzione da parte dei media; ma forse non è più questo il punto.

Qualcosa di peggio era infatti accaduto, come noto, un paio di settimane prima, in occasione dello stupro inventato a Torino e del conseguente assalto e incendio al campo Rom. Un articolo de La Stampa (seguìto poi da un “mea culpa” dello stesso quotidiano che ha fatto altrettanto discutere) che subito frettolosamente inventava la storia, anticipandone le conclusioni, dei “rom che stuprano”. In generale, dunque, c’è un problema di come si attivano gli stereotipi attraverso le parole (anche se gli esempi qui riportati sono diversi: nel caso di Firenze si parlava delle vittime, in quello di Torino, di presunti colpevoli).

Più in generale si dice che i media dovrebbero avere la capacità non solo di “essere sensibili” o “attenti” (dai modi di accostare e impaginare, al non creare “risonanze” o “tematizzazioni”, o iper-tematizzazioni, come avrebbe detto lo stesso Eco) ma anche di fare attenzione “alle situazioni” e più in generale “alle diversità culturali”; tutto questo ci pare francamente piuttosto ovvio, oggi; anche se questi criteri di base molto spesso poi non vengono rispettati.

Dunque, il problema non sono le etichette in sé ma i modi che esse hanno di esprimere e di collegarsi con i valori e i sistemi di significato; e i modi (desideri, paure, volontà) di comprendere questi significati immersi nel mondo.

3. Rischi di escalation semiotico-razziste?

C’è però un altro punto della discussione attuale che ci pare non emerga con la dovuta forza, e che sembra molto più importante e temibile: una sorta di possibile escalation razzistico-semiotica. Abbiamo un termometro della situazione, o la capacità di prospettare i rischi? Di cosa?

Il problema, in parte è già stato segnalato da alcuni giornalisti (vedi intervento di Langer già citato sopra) ma anche, a quanto pare, dai servizi segreti tedeschi e di altri paesi europei; sul fatto che il mix di grave crisi economica, paura per la situazione finanziaria, nuove migrazioni, anche interne all’Europa (flussi migratori di cittadini spagnoli e greci verso la Germania) e infine accuse reciproche fra paesi e comunità nazionali (”i Greci ne approfittano”, i “Tedeschi sono egoisti” ecc.) diano luogo a concatenamenti, anche discorsivi, che potrebbeo fornire nuovi materiali per la costruzione di nuovi paradigmi della paura: di argomenti per un nuovo nazionalismo di ritorno che attraverserebbe tutta l’Europa, connettendosi con le paure le tensioni e gli scioperi di questi giorni.

Il male, lo ricordava qualche tempo anche fa Stefano Bartezzaghi, in un intervento su Repubblica (27 aprile 2011) a proposito di memoria e di olocausto (e si veda, su questo tema, tutto il lavoro di Valentina Pisanty sul discorso negazionista e sulla memoria della Shoah, anche con l’uscita recente del suo ultimo libro “Abusi di memoria”), il male, si diceva, “non è macroscopico, è microscopico”: è una “zona grigia” che può diffondersi e può collegare in modo inaspettato zone anche diverse delle culture.

L’abbiamo visto nel recente passato, non lontano da noi, sempre in un’Europa sconvolta dal debito e dalla crisi economica, quanto l’Etnico possa diventare assassino.

Come far diventare fatalisti dei ricercatori

Quando ci troviamo di fronte a quelle grandi impostazioni culturali che a volte si chiamano ideologie, altre volte mentalità, altre ancora attitudini o filosofie o concezioni, ci si trova spesso a discutere da quali cause originano. Prendiamo il fatalismo (cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Fatalismo e http://en.wikipedia.org/wiki/Fatalism).

Mi è capitato di recente, nell’ambito di una ricerca universitaria, di trovarmi a coordinare un gruppo di lavoro. Oltre un anno fa, all’approvazione della Legge Gelmini, (30/12/2010) entrò in vigore una norma che cambiava alcune regole amministrative. Questo faceva sorgere dei dubbi interpretativi sull’applicazione della legge. Richiesi dunque un chiarimento. Il chiarimento è arrivato al sottoscritto oggi, 24 gennaio 2012.

In oltre dodici mesi, il coordinatore e il team di ricerca hanno prima verificato di non poter sapere se potevano o no fare una cosa. Dunque abbiamo atteso. Non sapevamo né SE qualcuno avrebbe risposto né, se mai lo avesse fatto, QUANDO. Non sapevamo neppure CHI avrebbe dovuto rispondere né SE avrebbe dovuto farlo.

Questa situazione costruisce inevitabilmente, anche nelle menti razionali e pragmatiche di ricercatori professionisti quali (indegnamente, indegnamente) noi siamo, un paradigma fatalista. Per prima cosa, il non poter sapere ci ha resi indecisi e contradditori. Infatti, ignoravamo se una regola che avrebbe cambiato il nostro comportamento era o non era valida. Ma dovevamo comunque decidere cosa fare, perché avevamo l’impegno di condurre la nostra ricerca. L’assenza di risposta ci metteva nella condizione di dover decidere qualcosa senza avere i dati completi per farlo. E’ questa l’essenza del fatalismo: non poter sapere e quindi non poter né fare né non fare. Dunque, a tratti ci comportavamo come se la risposta fosse positiva, a tratti all’opposto. Inoltre, abbiamo maturato una progressiva sfiducia nei confronti dell’autorità che governa il nostro lavoro. La nostra sensazione è stata che questa Autorità fosse lontana e del tutto disinteressata a quanto facevamo. Infine, spesso abbiamo rinuncianto a fare cose che avrebbero potuto esporci a rischi in caso di risposta negativa. Ci siamo comportati come i più fatalisti musulmani dell’Africa profonda, che alla mia parola ‘domani’ rispondevano inevitabilmente: “Domani? Domani se Iddio vuole!”

Questa è una dimostrazione pratica di come il fatalismo sia prodotto da comportamenti sociali, nella fattispecie la mancanza di informazione su quanto si può o non si può fare da parte di chi ‘governa’ un sistema. Il fatalismo in questo caso è prodotto in modo causale, diretto, inevitabile, in un sistema rigido di cause ed effetti. La forme mentali, se stiamo a questi fatti, si determinano come comportamenti forzati dal sistema.

Queste riflessioni possono essere applicate all’attuale periodo che l’Italia attraversa.

Addio a Carlo Fruttero

- Guarda, – mormorò Chuck, e George alzò gli occhi al cielo.
(C’è sempre un’ultima volta per tutto).
Lassù, senza troppo chiasso, le stelle si stavano spegnendo.

Eco: ottanta anni e qualche riflessione

Abbiamo festeggiato gli ottanta anni di Umberto Eco.
Sono occorrenze che ispirano qualche riflessione.
Ho visto Eco la prima volta nel 1975, nella vecchia sede del DAMS (doveva ancora uscire il ‘Trattato‘). Da studente, andai alla prima lezione del suo corso, in Strada Maggiore. L’aula era piccola e straripava. In prima fila le signore bene dell’intellettualità bolognese. Lui si mise dietro alla cattedra e, senza dire una parola, iniziò a lanciare palle di carta sugli astanti. Mugolii di ammirazione. Esordì: “Ecco, questo è un segno.”
Fui affascinato dalla semiotica e non mi ripresi per molto tempo, forse ne sono ancora innamorato. Per il nostro Maestro attraversai le fasi che ogni discepolo percorre: stupore, ammirazione incondizionata, desiderio di vicinanza, orgoglio di essere ammesso alla ’scola’, emulazione,  delusione, realismo, ribellione, affetto, stima, distanza, amicizia, devozione.
Ricordo quando, col successo del Nome della rosa, tutto cambiò e Umberto diventò una personalità mondiale. Noi, che gli eravamo vicini, restammo sbalorditi. E anche lui, a dire il vero. Fu un shock, perché quando si superano determinate soglie la persona che conoscevi ti viene di fatto sottratta, e ci rimani male. Dopo di allora Eco non poté più vivere come gli altri. Se ne è fatto una ragione e lo ha sempre accettato con disinvoltura. Anche la settimana scorsa qualcuno si è dovuto occupare di respingere alcune persone che non erano invitate e che avrebbero creato disagio.
A parte augurare vita lunga e felice a Umberto Eco, oggi mi viene però da pensare a  quell’esplosione di successo che ha fatto di un brillante professore italiano una star intellettuale mondiale.
All’epoca del Nome della Rosa (1980), due cerchie stavano attorno a Eco: i colleghi più giovani, quasi tutti ricercatori, e gli allievi di prima generazione. I primi subirono un impatto devastante: l’esplosione di un personaggio che anche prima espandeva naturalmente il proprio spirito spinse alcuni di loro a tentare un’emulazione impossibile, altri a rinunciare per sempre ad ambizioni commensurabili. Entrambe le strade, ahimé, sono dettate dal confronto e dunque vincoli, in qualche modo, ombre sulla propria, grande o piccola, individualità. Quasi tutti col tempo si ripresero e divennero ciò che erano, in modi diversi brillanti, operosi, abili, autorevoli.
Noi della seconda cerchia subimmo effetti meno diretti; la nostra emulazione non aveva l’età per essere seria, ma proprio questa distanza la rendeva più insinuante, più ideale, più profonda. Io stesso sognai di essere docente universitario e scrittore, e devo dire che lo sono diventato. Ma in sedicesimo. Posso fungere da Eco in formato tascabile, al massimo. Le vicende degli altri sono analoghe. Per ora. Si può sempre vincere un Nobel fino all’ultimo giorno della vita.
Questo non è un lamento. Ho imparato da Umberto tante cose, altre le ho apprese da altri. Innumerevoli le ho apprese da me stesso. E comunque, questa esplosione di fama che ha illuminato tanti satelliti, ha messo in moto grandi energie. Così come ha inghiottito interi brani di esistenze.
Una cosa credo di poter concludere: l’idea che abbiamo dell’individuo che coincide con i propri confini corporei è del tutto errata. Ogni individuo crea un campo simile al campo gravitazionale, esteso più del suo corpo o anche meno: un campo semiotico, vogliamo chiamarlo? Quando lo è di più, ingloba altri individui, in toto o in parte, e li muove secondo le sue traiettorie. Quando lo è di meno, viene attratto nel campo di altri. Alcuni individui sono dotati di un campo semiotico più ampio della media. Vuol dire che trasportano altri pezzi di persone o persone intere. E’ difficile sia stare loro vicini sia starne lontani. Solo la consapevolezza di quanto questa relazione sia interessante ci aiuta a gestirla.

GP

Facciamo quadrato?

Il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti sembra fatto apposta per illustrare la nozione semiotica di assiologia, vale a dire di rappresentazione di una categoria semantica nel quadrato semiotico.
Prima, avevamo un Presidente del Consiglio imprenditore, dunque un uomo dedito alla pratica, ora abbiamo un professore, dunque un teorico. Mentre Berlusconi era un uomo di eccessi e appetiti (“Molto lavoro, molto divertimento”, usa dire) ora abbiamo un premier all’insegna della sobrietà e del controllo, il divertimento del quale è visitare musei.
In un primo quadrato avremo:

quadrato_ber_monti_01

Il quadrato semiotico ci mostra nei sub-contrari i punti deboli di Berlusconi: mancanza di una teoria (programma, visione) difficoltà nel controllo (di sé, del suo partito), che hanno portato alla fine prematura del governo da lui presieduto. Saranno anche i sub-contrari i rischi del governo Monti? Già i primi fatti ci indicano che possono esserlo: mancanza di contatto con la pratica (la vita quotidiana), carenza di passioni e slanci. Se fossi lo Spin Doctor di un Monti candidato, dovrei consigliarlo di lavorare su questi punti deboli.

Soprattutto, però, colpisce una opposizione che pare fatta apposta per il quadrato semiotico: Berlusconi non aveva i voti neppure del suo partito (a partire dalla defezione dei finiani e dalle ‘campagne acquisti’ successive); Monti ha i voti di partiti non suoi (poiché non ha un partito).
Proviamo dunque a scrivere questo quadrato:

quadrato_ber_monti_02

Questo quadrato rivela anche di più, sempre osservando i sub-contrari: Berlusconi ha dovuto rinunciare al mandato perché, nonostante l’emergenza, non era in grado di costituire un governo di unità nazionale, raccogliendo i voti di partiti di opposizione (i voti dei non suoi). Il sub-contrario del negativo, invece, non va ridotto con logica algebrica a “Ha i voti dei suoi” eliminando la doppia negazione. Ma leggendo “Non è vero che non ha i voti dei suoi”, o, tirando un po’ la logica per i capelli (ma la semiotica non è deduttiva, è strumento per descrivere il senso) “Non può non avere i voti dei suoi”. E infatti, Monti si regge di fatto su una non-opposizione, più che su una maggioranza.
E questo, ancora una volta, è ovviamente il suo rischio: stare seduto su un “non poter non sostenere” il governo invece che un “voler sostenere”.

Giampaolo Proni

Ciao Ale

Non ricordo bene quando ho cominciato a discutere con Alessandro. Forse in occasione del convegno su (e con) Willard V. O. Quine a San Marino, nel 1990, ma forse già prima nei corridoi di Via Toffano, sede in quegli anni dell’Istituto di Discipline della Comunicazione. Certamente, poi, non abbiamo più smesso, e l’ultima volta che sono andato a trovarlo, in ospedale, calcolando insieme quale fosse il modo migliore per arrivare al bagno (e nelle sue condizioni non era facile), gli ho detto che era tutto un problema di struttura e che avrebbe dovuto studiare meglio Hjelmslev, e lui mi ha risposto con un filo di voce che era – come sempre – un problema di interpretazione.

Alessandro ha pubblicato due libri molto originali. Il primo, dal titolo (indovinatissimo) Fortunatamente capita di fraintendersi (2004, Unipress), è la sua tesi di dottorato. Una tesi innovativa, in cui faceva interagire la teoria della lingua di Donald Davidson e la teoria della pertinenza di Dan Sperber e Deirdre Wilson (con la quale aveva studiato a Londra per un paio d’anni). Nella tesi, e nelle infinite discussioni di tutti i giorni, Alessandro sosteneva che la comunicazione non poggia su regole sintattiche e semantiche definite, cioè su codici, ma su un’attività inferenziale che investe gli ambienti cognitivi del parlante e del ricevente: la comunicazione non si basa sui codici, ripeteva sempre, ma costruisce e poi stabilizza i codici. Da lì il set dei suoi esempi: fraintendimenti, lapsus, malaproprismi, anacoluti, e via dicendo. Il secondo, dal titolo Semiotica (McGraw-Hill, 2009), scritto con Valentina Pisanty, ha la forma e la struttura del manuale, ma in realtà è un libro con una tesi ben precisa che emerge in tutti i capitoli: dal segno si passa alla semiosi, dal dizionario all’enciclopedia, dalla struttura all’interpretazione e alle attività cognitive. I due autori danno seguito in modo molto articolato alla semiotica di Umberto Eco.

Ma Alessandro era soprattutto un conversatore, un amante del dialogo e della dialettica, un vero filosofo dunque. Nel funerale laico che si è svolto alla Certosa di Bologna molti hanno ricordato le discussioni avute con lui, apprezzando il metodo ma riconoscendo i disaccordi nel merito. Infatti lui procedeva proprio così: prendeva le misure dell’interlocutore, metteva a fuoco la sua linea argomentativa, e da lì si spostava un pochino creando uno spazio di contrapposizione che si rivelava sempre proficuo. Conversando costruiva ponti, forzava i confini anche in modo paradossale, apriva sempre degli orizzonti. Con lui ho parlato di semiotica e di filosofia, di politica e di guerra, di femminismo e di genere, e capitava di perdere la cognizione del tempo. Una volta, conversando in un laboratorio informatico di via Irnerio, non ci siamo accorti che avevano chiuso l’edificio. È suonato l’allarme e sono arrivati i carabinieri. Il giorno seguente siamo stati convocati dalla temibile segretaria dell’Istituto, Simona Barbatano, e ricordo bene che ho mandato avanti lui perché sapevo che così Simona sarebbe stata più buona.

Non era un amante dei convegni, Alessandro, ma il congresso annuale dell’Associazione Italiana Studi Semiotici era per noi un appuntamento fisso perché sapevamo che la sera, in albergo, ci saremmo ritrovati a parlare in camera di Valentina fino a tardi. Durante il giorno commentava tutte le relazioni, ci passavamo bigliettini con critiche e osservazioni (i pizzini), progettavamo nuovi seminari e nuove teorie. Peraltro, nei convegni era spesso attorniato da giovani studiose interessate alle sue teorie e ad altro. Era intuitivo e inconcludente, geniale e pigro, illuminante e caotico, disordinato e maniacale; sempre originale e spiazzante e fuori dagli schemi. Aveva uno stile inconfondibile: l’appartamento studentesco, l’abbigliamento alternativo, l’immancabile orecchino, la sua bicicletta. Anni fa, con le nostre fidanzate di allora abbiamo fatto un corso di tango. Credo che Flora, la bravissima insegnante della scuola, non abbia mai incontrato due più negati di noi. E quando, alla fine della seconda lezione, siamo andati a dirle che non saremmo più andati, non ha fatto nulla per trattenerci. Con lui ho trascorso l’intero pomeriggio dell’11 settembre 2001, al telefono. L’ho avvertito degli attentati, ma aveva l’audio del televisore rotto, così abbiamo guardato insieme le immagini degli aerei che colpivano e abbattevano le Twin Towers e io gli riportavo i commenti dei telecronisti.

Alessandro era politicamente impegnato e non faceva distinzioni tra sfera personale e sfera politica. Tutti gli amici, ora, lo ricordano presente a manifestazioni importanti. Negli ultimi anni ci raccontava con passione il lavoro del laboratorio che aveva contribuito a fondare con Beatrice: Smaschieramenti. Volevano (vogliono) combattere gli incasellamenti di genere, maschio, femmina, uomo, donna, e sostenere la molteplicità dei generi e decostruire e smascherare gli stereotipi maschilisti, e Alessandro quando mi raccontava tutto questo era così convincente, così persuasivo, ma quando ho visto che hanno scritto sul loro blog “Se n’è andata Alessandro Zijno l’Ambigua” ho strabuzzato gli occhi e avrei voluto subito chiamarlo e ridere con lui (lei?) anche di questo. Perché Alessandro era determinato, difendeva le proprie posizioni con accanimento, ma era sempre autoironico.

Con Ale ci prendevamo in giro perché io avevo scritto un manuale, ma poi ne aveva scritto uno anche lui con Valentina, e ognuno cercava di sostenere la superiorità del proprio e di denigrare quello dell’altro. Il nostro codice era questo, non ci facevamo i complimenti reciproci. Ma ad aprile di quest’anno sono andato a Chicago per un periodo di studio e nella splendida biblioteca Regenstein della Chicago University, controllando il reparto di semiotica, con mio grande stupore ho trovato il libro Semiotica di Pisanty-Zijno. Tornato subito alla mia postazione, ho scritto ai miei due amici una mail in cui dicevo loro che erano presenti in questa megabiblioteca di respiro internazionale, ma che avevo preparato un bigliettino da mettere nel loro libro, e c’era scritto: “meglio il Traini”. Poco dopo mi è arrivata la risposta di Valentina, nella quale mi diceva che Ale era stato ricoverato per un problema ai polmoni. Da lì è iniziata un’altra storia. Ma è certo che in qualche altra biblioteca del mondo mi capiterà ancora di trovare il suo libro, e allora ci metterò dentro un bigliettino, e ci sarà scritto “ciao Ale”.

Allarme Globale: fra ambiente e linguaggio

Dal 24 al 26 marzo 2011, nella sua sede del Conservatorio delle Orfane di Procida, l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” presenta il terzo modulo del Progetto OASI, intitolato Allarme Globale. Dieci azioni massmediali per salvare il Pianeta. Qui (link) è possibile scaricare locandina e programma.

Le giornate di studio – organizzate da Alberto Manco, docente di Filosofia e teoria dei linguaggi all’Orientale di Napoli – si collocano in un contesto di riflessione e di indagine sulla relazione tra comunicazione e ambiente, declinata nelle sue molteplici e possibili articolazioni: politiche, Internet, lingue e linguaggio, geografia, architettura, etiche ed ecolinguaggi, cinema, televisione.

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I temi di cui si parlerà a Procida vanno dall’emigrazione all’emergenza ambientale, dall’architettura al clima, dalla geografia ai media. Si parlerà cioè di come noi parliamo del pianeta, di come noi che continuamente lo danneggiamo potremmo mai salvarlo. Ma l’ambiente per gli animali (umani e non) è sempre una minaccia. Le immagini del Giappone devastato dallo Tsunami sono su tutti i media. Stare al mondo significa (anche) proteggersi dal mondo.
“Perdersi e ritrovarsi” sarà il tema del mio intervento, tra semiosi dell’ambiente e progetto del wayfinding. Ne riparleremo. Dopo aver trascorso tre giorni nella splendida Procida, non mancherà un mio resoconto. Prima che il fiammifero si consumi del tutto.

Gianni Colombo al Castello di Rivoli, tra fruizione e conservazione

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Recentemente, durante un viaggio a Torino, abbiamo visitato una mostra su Gianni Colombo (Milano 1937-Melzo 1993), allestita nella Manica lunga del Castello di Rivoli. Mostra antologica, ben curata da Carolyn Christov-Bakargiev e Marco Scotini, all’interno della quale abbiamo potuto ammirare alcune delle opere più significative dell’artista milanese del “Gruppo T” e dove è stato possibile ricostruire il suo percorso artistico, dall’interesse per il Surrealismo di Max Ernst e per la poetica di Paul Klee, fino alla sua ricerca più originale, degli anni Cinquanta e Sessanta, caratterizzata da sperimentazioni di strutture percettive e linguaggi. Continua a leggere…

Semiotica, scienza collaborativa. Con chi?

Negli ultimi anni la semiotica – o almeno la semiotica che da noi va per la maggiore – pare che abbia sempre più voglia di contaminarsi con altre scienze: prima la sociosemiotica, poi la psicosemiotica e più recentemente l’etnosemiotica. Continua a leggere…