Architecture and Political Discourse: crossing perspectives.
In quale modo ritrovare ancora degli spunti interessanti per un tema così vasto e dibattuto e, talvolta, inflazionato, come quello del rapporto fra architettura e politica? Gli autori che partecipano a questo numero hanno saputo raccogliere la sfida: lavorando sul problema della pianificazione urbanistica, degli spazi di esclusione, di quelli industriali, delle periferie, così come dei "centri simbolici" delle città (teatri, o boulevard), o sulla progettazione tematico-culturale, e legata alla memoria, come quella dei parchi. Ritorna costantemente la questione dello sguardo e della messa in prospettiva, come vincolo dei rapporti di potere che fondano la dimensione politica.
Hanno contribuito: Stefano Carlucci, Pierluigi Cervelli, Giorgio Coratelli, Eleonora Diamanti, Anna Lazzarini, Federico Montanari, Ruggero Ragonese, Valeria Scavone, Amedeo Trezza, François Emmanuel Vigneau.
Come racconta un viaggio il linguaggio semiotico? In questo numero abbiamo raccolto un certo numeri di contributi di semotici che hanno prodotto racconti-analisi di prorpi viaggi con lo sguardo e gli strumenti della disciplina dei segni . Hanno contribuito: Stefano Carlucci, Francesco Galofaro, Massimo Leone, Lidia K. C. Manzo, Roberto Pellerey, Amedeo Trezza, William Vastarella.
Questo numero di Ocula è dedicato ad alcuni programmi e serial televisivi, e soprattutto alle loro evoluzioni più recenti. Contaminazione e ibridazione (tra generi televisivi. generi discorsivi e media diversi) sono due concetti che vengono richiamati in molti dei saggi. Hanno contribuito: Cinzia Bianchi, Federico Boni, Mara Cinquepalmi, Lorenzo Denicolai, Francesco Galofaro, Maria Pia Pozzato, Stefano Traini, Greta Travagliati, Matteo Treleani, Marta Valenti, Salvatore Zingale.
Durant les 30 dernières années, l’approche de la sémiotique à l’architecture et à l’espace a souvent été ambiguë ou inefficace. Ambiguë parce que, la plupart du temps, on a cherché à regarder l’espace «représenté» à l’intérieur de systèmes sémiotiques déterminés (visuels et auditifs) et non l’espace concret du monde naturel. Inefficace parce que souvent, l’analyse des textes architecturaux n’a pas réussi à se détacher des limites imposées par la sémiotiques des codes des années ‘60.
La sémiotique textuelle dans les années 80 e 90 a toujours abordé le problème avec embarras. Dans quelques rares cas la recherche a réussi à fournir des instruments aptes à l’analyse d’un texte spatial (parmi ces cas, on peut rappeler le numéro 73/4 de VS sur l’espace édité par Sandra Cavicchioli et les études de Renier).
Cependant, partant de cet exigu corpus bibliographique, on peut chercher des bases pour commencer un travail sur le texte architectural, à partir de l’étude de monuments, capable de décrire le processus de transformation urbaine et les formes de l’espace construit.
In questo saggio, estratto dalla mia tesi di dottorato dal titolo Dal documentario al film di famiglia: spazialità, enunciazione e valori dal Free Cinema inglese alle nuove pratiche di riuso filmico, saranno presi in considerazione alcuni articoli di critica cinematografica comparsi sulle più importanti riviste di settore inglesi e francesi nella seconda metà degli anni Cinquanta. Ricordando che i suddetti sono gli anni in cui forte è la tensione verso la ricostruzione di una identità nazionale, ci concentreremo sulla dimensione discorsiva aggressiva e strategica sfruttata da due registi-critici, Lindsay Anderson e Jean-Luc Godard, per far emergere i movimenti cinematografici di appartenenza, rispettivamente il Free Cinema inglese e la Nouvelle Vague francese, all\'interno dell\'industria cinematografica europea. La nostra ipotesi è che, mediante l\'assiologizzazione di presunte diversità valoriali e un\'astuta costruzione del rapporto tra autore e lettore, gli articoli di critica presi in considerazione siano stati usati per far emergere un movimento a danno dell\'altro all\'interno di un sistema chiuso e oppresso in quegli anni dalla concorrenza delle grandi produzioni hollywoodiane e della neo nata televisione. Obiettivo conseguito poiché in un breve arco di tempo Anderson e Godard hanno ottenuto diritto di parola all\'interno del discorso cinematografico europeo e conquistato quindi la possibilità, tramite il sostegno economico di istituzioni, case di produzione e di distribuzione, di approfondire e sviluppare temi e motivi che il Free Cinema e la Nouvelle Vague avevano presentato.
Il saggio prende in considerazione il secondo episodio della miniserie Black Mirror (2011), prodotta da Charlie Brooker per la televisione inglese, attraverso un’analisi del rapporto complesso tra il particolare regime di visibilità che ne regola il mondo possibile e i regimi valoriali profondi assunti o rigettati dai soggetti. In particolare, si cercherà di mostrare come nell’evidente tentativo di rilettura contemporanea di alcuni topos ricorrenti nelle cosiddette narrazioni distopiche (e in particolare del loro archetipo moderno, il romanzo 1984 di George Orwell) il testo metta in scena una rappresentazione originale, per quanto declinata al futuro, dello scenario mediale attuale, problematizzandone diversi aspetti all’interno di un’unica, tendenzialmente disforica dimensione proiettiva: fenomeni in declino (la visione schermica come “somministrazione” up-down), emergenti (realtà aumentata) e dominanti (la “socialità virtuale” prevalente in tutte le declinazioni del web 2.0). Dall’effetto di senso glo-bale prodotto dal discorso (e nello specifico dalle scene finali) emergono, in particolare, una serie di ribaltamenti e slittamenti dei topos distopici per altro verso richiamati: si passa infatti dall’ossessiva de-individualizzazione all’eccesso di personalizzazione, dalla dittatura del /dover essere visti/ a quella del /dover vedere/, dalla ricerca di realtà e verità a quella di autenticità, quest’ultima presentata come isotopia principale e vera architrave epistemica di tutta la narrazione.
Il saggio che segue segna un importante punto di convergenza fra i media studies di stampo sociologico e la sociosemiotica. La teoria della “domestication” a cui Anna Manzato fa riferimento – e di cui Roger Silverstone è uno dei padri fondatori - nasce nel contesto dei Cultural Studies britannici, all’interno dei quali la teoria semiotica, la nozione di testo e gli aspetti legati alla testualità hanno rappresentato importanti riferimenti teorici.
Gli aspetti su cui l’autrice si concentra riguardano soprattutto l’importanza che ha assunto il consumo mediale oggi: l’approccio della “domestication” assegna infatti agli utenti-lettori il ruolo di costruttori di senso, non solo in relazione ai testi mediali che fruiscono, ma anche rispetto alle tecnologie “domestiche” che usano per il loro configurarsi come oggetti del quotidiano.
In particolare la riflessione si concentra sulle pratiche connesse alle tecnologie, sui confini sfumati che l’uso delle stesse determinano (dal pubblico al privato, fino alla stessa nozione di “spazio domestico” ormai imprendibile se osservato mediante l’uso delle tecnologie mobili) e sulla nozione di testualità, centrale sia per la semiotica che per la sociologia dei media.
L’articolo analizza i contenuti e le logiche di una delle campagne promozionali proposte da Poste Italiane nel 2007, relativa a prodotti e servizi dedicati ai cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale. Dalla decostruzione delle immagini si evince, in ogni singolo caso, il medesimo capovolgimento degli stereotipi negativi maggiormente diffusi su queste identità nazionali, frutto di un elaborato e complesso processo storico e sociale: sembrerebbe, dunque, di essere di fronte ad una sorta di regola invariantiva della rappresentazione, secondo la quale aggiungendo determinati elementi all’identità dell’altro, lo si riconosce e lo si accetta con maggior facilità, senza negarne la diversità.